il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2026
Israele e la censura militare
Ieri un uomo di 60 anni è rimasto gravemente ferito e altre due persone hanno riportato ferite di media gravità per una raffica di razzi sparati dal Libano contro degli edifici a Kiryat Shmona, la città più settentrionale di Israele. Mercoledì è andata peggio, a Ramat Gan vicino Tel Aviv ci sono state vittime due vittime, stavolta per via di razzi lanciati dall’Iran. I media hanno diffuso i loro nomi, Yalon e Ilana, e l’età (70 anni). Sono stati colpiti mentre cercavano di raggiungere la loro stanza sicura, le autorità hanno consentito ai media locali di visitare il loro appartamento con la cucina semidistrutta. Probabilmente non erano loro l’obiettivo del missile, che è stato intercettato dall’Iron dome, ma quale fosse il bersaglio non è dato sapere. Il motivo è sempre lo stesso, in un Paese in guerra dal 7 ottobre 2023: la censura militare. I media israeliani sono pieni di dettagli forniti dall’esercito sui raid contro l’Iran e il Libano, ma hanno poco sulle ritorsioni che il Paese subisce.
Le linee guida della censura aggiornate e comunicate ai media il 5 marzo stabiliscono che durante gli allarmi “è vietata la trasmissione in diretta”, ed “è vietato filmare gli impatti presso o in prossimità di siti di sicurezza”. Si possono riprendere i siti civili, pubblicando il nome della città ma non l’indirizzo esatto. Non si possono riprendere i lanci di intercettori della difesa aerea, e pure i contenuti presi dai social vanno autorizzati dall’ufficio di censura, che risponde su Whatsapp.
Giorni fa, un razzo lanciato dal Libano ha colpito un obiettivo militare dell’Idf, dei frammenti sono finiti su una scuola provocando danni: la censura militare ha consentito di parlare solo del plesso scolastico. Chi lavora con le telecamere può trovarsi in situazioni più scomode. Una troupe della Cnn è stata malmenata dalla polizia israeliana a Gerusalemme, martedì, e un producer ne è uscito con il polso fratturato. Due settimane fa, due giornalisti di Cnn Turk sono stati arrestati e detenuti per alcune ore perché stavano facendo una diretta in centro a Tel Aviv: erano troppo vicini ad HaKirya, il quartier generale dell’Idf, a una sola strada dalla piazza degli ostaggi dove si sono ritrovati per due anni tutti i media del mondo. Alle agenzie di stampa internazionali che tutti i giorni forniscono segnali tv live da Israele è richiesto di inclinare le telecamere verso il basso quando rischiano di riprendere lanci di missili intercettori.
“Diversi responsabili di testate con corrispondenti in Israele dicono che le restrizioni rendono difficile mantenere le normali routine di lavoro”, ha scritto il reporter israeliano di +972 Oren Ziv. L’ufficio per la censura sta rifiutando sempre più spesso la pubblicazione di foto o video di lanci di missili, “comprese immagini notturne a lunga esposizione che non rivelano posizioni precise”. Sui luoghi degli impatti spesso si trovano le squadre di sicurezza civili armate (promosse dal ministro estremista della Sicurezza, Itamar Ben Gvir) che controllano i tesserini stampa senza averne l’autorità. Ai reporter che seguono i gruppi Whatsapp del governo o della protezione civile è capitato che venisse chiesto di identificarsi, pena l’esclusione.
Molti cittadini israeliani finiscono per cercare le notizie sulle testate estere, oppure sui social dove la censura non arriva. E sui media mainstream israeliani le restrizioni ormai sono introiettate: l’autocensura arriva prima del censore militare: le tv riferiscono solo i comunicati ufficiali, abdicando alla funzione primaria del giornalismo. Il reporter decano di Haaretz Gideon Levy spiega così il fenomeno: i giornalisti israeliani ormai “sono prima di tutto soldati”. “Per loro, la stampa deve garantire la sicurezza nazionale perché siamo tutti soldati, proprio come alcuni giornalisti ritengono che il compito dei media sia quello di salvaguardare la reputazione di Israele”. Non dovrebbe essere così, aggiunge, e non è stato sempre così, ma è il nuovo corso dell’era Netanyahu.