La Stampa, 20 marzo 2026
Bossi, Clemente Mastella: "Fui ministro grazie a lui"
Clemente Mastella torna con la memoria a maggio 1994, c’era da fare la lista dei ministri del primo governo Berlusconi.
Cosa ricorda?
«Mi chiamò Pierferdinando Casini a notte inoltrata: “Non troviamo il ministro del Lavoro”. Bossi disse: “La persona giusta per parlare coi sindacati è Mastella”. Devo a lui quell’incarico, sembra incredibile ma è così. Fra di noi c’era sintonia umana».
Certo lui ora non può confermarlo. Cosa le piaceva di Bossi?
«Eravamo legati dallo stesso spirito del popolo. Lui rappresentava il mondo delle piccole imprese del Nord, il ceto medio spiazzato, io le istanze sociali del Sud. Una volta – era Sanremo del 2004 – cantammo insieme a un DopoFestival di Porta a Porta, e facemmo uno share altissimo. Lui intonò – diciamo così – una canzone napoletana, la cosa mi spiazzò. Gli dicevo spesso che la mia famiglia veniva dal Veneto, e lui diceva “Mastella tu imbrogli non è così"».
Perché Bossi fece cadere quel governo – il primo di Berlusconi – dopo appena un anno?
«Non l’ho mai capito, credo avesse una diffidenza istintiva nei suoi confronti. Si ricorda della foto in Sardegna con la canottiera? Quell’immagine rappresentava una distanza antropologica. E poi quella maggioranza al Senato era fragile».
Dopo il governo Dini ritrovarono l’intesa. Che cosa cambiò fra i due?
«Le dirò: la sinistra aveva la sindrome di superiorità nei suoi confronti, lo guardava con snobismo. Invece Berlusconi alla lunga lo conquistò».
Sta dicendo che la sinistra lo ributtò fra le braccia di Berlusconi?
«Sì, andò più o meno così».
Cosa c’era di diverso fra la Lega di Bossi e quella di Salvini?
«Quella era una forza politica autentica, rappresentava un popolo. La Lega Nord era la fertilità del consenso, e un inedito della politica. La Lega di Salvini è un coacervo di piccoli interessi che passano da una parte all’altra degli schieramenti. Bossi e la sua Lega erano sostanzialmente di sinistra. Salvini è di destra».
Di sinistra?
«Quando D’Alema sosteneva che la Lega fosse una loro costola non era lontano dalla verità. E la riforma federalista Amato-Bassanini fu un vero inseguimento politico sul terreno di Bossi. E poi...».
E poi?
«Anche l’epiteto Senatùr nell’immaginario di tutti era ed è rimasto un elemento grammaticale, con un peso e una consistenza politica ben preciso. Esercitava un fascino politico che Salvini – non si offenda – non ha mai avuto».
Salvini per i suoi elettori è il Capitano.
«Non scherziamo. La Lega oggi non rappresenta più il popolo che rappresentava allora. Salvini è riuscito ad arrivare al 34 per cento dei consensi, ma nessuno ha mai creduto potesse essere in grado di diventare premier. Bossi sapeva che non lo sarebbe mai diventato, ma aveva il polso della sua gente».
Come lei pensa di sé stesso immagino.
«In lui c’era una volontà di rappresentazione stravagante ed eccessiva, ma ammettiamolo: ha scritto un pezzo di storia del Paese ed ha costruito una classe dirigente che sta ancora al governo, pensi a Giancarlo Giorgetti o Roberto Calderoli. Se pensiamo che tutto iniziò con due parlamentari, è una storia che ha quasi dell’incredibile. Una storia per certi versi simile a quella che ha fatto la fortuna di Giorgia Meloni».
In cosa vede di simile con la storia politica della Meloni?
«Anche Fratelli d’Italia ha iniziato da numeri piccolissimi, e oggi governa il Paese. Entrambi sono stati meteoriti, entrambi sono stati in grado di interpretare il sentimento delle persone e di farne un’esperienza di governo».