repubblica.it, 20 marzo 2026
Panino addio, ora il rider arriva a scuola.
Ecco la scena: il rider arriva in sella al motorino, tira fuori dalla borsa termica un cartone di pizza, lo passa a un ragazzino e fila via. Nulla di strano se non fosse che la consegna a domicilio avviene a scuola, attraverso la finestra.
Dimenticate i toast scaldati sui termosifoni, il panino incartato nell’alluminio. La ricreazione ha cambiato faccia, si ordina con un tap sullo smartphone e il delivery arriva in classe: hamburger, patatine, Coca cola, involtini primavera e sushi. Tutto ripreso su TikTok e diventato virale, tanto da animare il dibattito tra osservanti e trasgressori. Perché mentre gli studenti sognano poke da consumare al banco, i dirigenti scolastici di tutta Italia hanno alzato le barricate a colpi di circolari: da Nord a Sud, nero su bianco è finito il divieto assoluto di usare le piattaforme di food delivery, pena sanzioni.
All’artistico Rossi di Roma il preside ha scritto agli studenti: «Basta ordinare cibo dall’esterno durante l’orario scolastico». Proibite Just Eat, Deliveroo, Glovo, Uber Eats, ma anche pizzerie, rosticcerie, bar. I motivi sono tre: evitare l’entrata e l’uscita continua di persone estranee all’istituto; non disturbare le lezioni con il via vai di rider o bidelli; declinare la responsabilità di cibi arrivato da fuori e potenzialmente forieri di rischi per la salute.
Ecco perché anche al professionale Minuto di Massa la dirigente ha stabilito che «non sarà più consentito l’ingresso a scuola di quanto acquistato attraverso servizi di food delivery e simili». E lo stesso allo scientifico Mercalli di Napoli: che siano genitori accudenti o rider poco importa, nessuno potrà più portare «alimenti o bevande dopo che gli studenti sono entrati negli spazi scolastici». Così accade al Cavour di Roma, al Galilei di Latina, al Datini di Prato. «La portineria rifiuterà le consegne private senza eccezioni», ha scritto il preside del Ferro di Alcamo (Trapani): al portone erano arrivati pacchi, fiori, regali, come alle poste.
Ma se la scuola vieta, gli studenti ordinano lo stesso. «Ho preso una nota per essermi fatto portare dei pasticciotti al compleanno di una compagna di classe», racconta Francesco, liceale allo scientifico di Maglie in Salento. Secondo un sondaggio di Skuola.net, i ragazzi fanno fatica a digerire il precetto: su 2.859 studenti, 8 su 10 sono contrari alle restrizioni. Opposizione dura sulle spalle degli schiavi delle consegne? Per la maggior parte, la ragione sta nell’inadeguatezza dei servizi di ristoro. «Il delivery – dicono – non è un semplice sfizio o una provocazione social, ma una necessità». Parecchi istituti non hanno il bar interno o si trovano in zone dove i locali per comprare la merenda o il pranzo non sono facilmente raggiungibili.
«Noi abbiamo la fortuna di avere il bar a scuola ma in due anni i prezzi sono raddoppiati e c’è sempre la fila. Non vedo perché bandire il delivery», dice Jacqueline, studentessa di Scienze applicate a Udine. L’alternativa spesso sono i distributori di snack e patatine. E così la merenda è on demand: una volta c’erano i bidelli che sottobanco smerciavano per qualche euro cornetti e pizzette, ora c’è il sushi dei rider.