Corriere della Sera, 20 marzo 2026
Suzanne Vega: «È difficile scrivere canzoni impegnate»
Voce di velluto di brani senza tempo come «Tom’s Diner» e «Luka», quando parla, Suzanne Vega ha un piglio molto meno delicato, energico e assertivo, forte di una carriera cantautorale che ormai si allunga per oltre 40 anni.
Domani l’iconica artista americana torna in Italia, al Conservatorio di Milano, con l’occasione del nuovo disco, «Flying with Angels», uscito lo scorso anno dopo più di 10 anni di silenzio: «Ho lavorato a lungo in teatro e poi quando nel 2019 ho pensato che fosse il momento di fare un album, mi sono trovata alle prese con il futuro, cioè il Covid – riepiloga Vega, 66 anni —. New York è stata colpita duramente, mi sono sentita molto in ansia e quindi non era una bella atmosfera per scrivere un disco, ma adesso credo di aver ritrovato il ritmo».
Un po’ della paura del periodo pandemico è confluita nei brani: «“Rats” parla dei topi di New York che, non essendoci né umani né immondizia in giro, erano diventati aggressivi, come in un film di fantascienza horror». Altri riferimenti vanno alla guerra in Ucraina, evocata in «Last Train from Mariupol»: «È stato terribile guardare questa invasione in tv – riflette —. L’ho trovato disturbante, un po’ come quello che è successo di recente in Minnesota». Le violenze dell’Ice a Minneapolis e la preoccupante piega politica degli Stati Uniti di Trump accendono più che mai la sua coscienza civile: «Abbiamo un governo terribile, corrotto, e andando a votare lo sapevamo. Ma credo che ora le persone stiano vedendo la realtà di questo governo per ciò che è sempre stata». È un dovere di cittadini, sostiene Vega, farsi sentire: «Non tutti gli artisti sono mossi dall’idea di scrivere di politica, anche perché è molto difficile scrivere una buona canzone impegnata. Ma come cittadini tutti possiamo protestare o manifestare. E in questo momento è vitale».
Si sente un’artista più politica ora di 40 anni fa? «Sono cresciuta con genitori radicali che mi portavano sempre alle manifestazioni, ma come artista ho sempre pensato che Bob Dylan avesse già scritto la canzone di protesta migliore della storia, che per me è “Masters of War” e quindi non potevo certo fare più di lui. Però, anche nel mio storytelling degli inizi, ho sempre inserito delle problematiche sociali».
Il riferimento va a «Luka», il suo brano più noto: «Non pensavo che sarebbe diventata una canzone così importante, visto che parla di un tema difficile come l’abuso infantile, eppure è riuscita a combinare il successo pop con un argomento così pesante. Ha funzionato perché racconta una storia». E la storia di quel bambino è proprio la sua, cresciuta con un patrigno violento: «Ormai da qualche anno non è più un segreto, Luka sono io. In passato dicevo solo che il testo parlava di un bambino abusato e che conoscevo quel Luka che viveva al secondo piano e non ho mai mentito, esisteva veramente. Solo che non era lui a essere abusato. Un giornalista qualche anno fa mi ha contattato, aveva sentito mia sorella parlare al funerale del mio patrigno e aveva capito. Sono stata una bambina abusata, ma siccome amavo i miei genitori e volevo proteggere sia loro che me, ho raccontato la storia di questo bambino. Ho finalmente deciso di togliermi questo peso perché iniziava a farsi opprimente».
Oggi Suzanne Vega è un’artista matura e sicura di sé: «Sento di poter sperimentare di più, mi dico “fai uscire il Bob Dylan che è dentro di te”, provo generi diversi e mi diverto con la musica. Forse non mi ero mai divertita così tanto».