Corriere della Sera, 20 marzo 2026
Intervista a Isabella Ragonese
In questa storia c’è l’amore che passa come un refolo di vento o una tempesta, e attraversa tutti. Con la commedia romantica Il Dio dell’amore di Francesco Lagi, il 21 apre il Bif&st di Bari, pieno di appuntamenti. È un film corale ma al centro, ultimo anello della catena, troviamo Isabella Ragonese, profonda, imprevedibile: «Raccontiamo una idea di amore, che parla con libertà del nostro modo di stare al mondo».
A condurre questo viaggio è il poeta Ovidio (Francesco Colella), che riappare nel mondo di oggi. «Lui – spiega l’attrice – dà un tocco letterario, quasi da trattato sentimentale sull’amore. Siamo in un territorio fantastico ma i personaggi sono veri, realistici, li potremmo incontrare, sono tutti collegati da relazioni amorose. Le storie rimbalzano una sull’altra, un racconto sorridente e amaro».
Nel girotondo di destini incrociati incalzati da Ovidio, cantore capriccioso che piomba nel mondo d’oggi, incontriamo Vanessa Scalera, psicoterapeuta che si scopre più fragile dei suoi pazienti.
Isabella Ragonese è una donna che ha fatto più di un casino (ma anche Corrado Fortuna non scherza), e si trova «a scegliere una maternità inaspettata, dopo averla tanto cercata, avendo un marito (Vinicio Marchioni) con problemi di fertilità». Le continuano a proporre donne incinte: «Ci pensavo proprio ieri, forse sto bene con la pancia! La nostra vita, Viola di mare, Il padre d’Italia dove sono una pazza scocciata coi capelli rosa che non sa se dare il figlio a Luca Marinelli o tenerselo. Sono passata da fidanzata a madre in un minuto».
Anche lei ha vissuto il tormentone di parenti e amici, quando superati gli «anta» non ha ancora avuto figli. «Superati i 30 anni la domanda scatta in automatico, ma non la fanno mai ai colleghi attori. Io semplicemente non rispondevo. È qualcosa che ti connota, sembra che sei solo quello. Purtroppo stiamo tornando indietro su molte cose. Si può essere madri e padri anche in senso non biologico, penso alla responsabilità di quale società lasciare ai giovani». Nel caos sentimentale si è mai trovata? «Cerchi di fare progetti, poi il destino ti porta sempre da un’altra parte. Io mi lascio trasportare, sono curiosa. E fatalista: aiuta ad accettare le cose su cui non puoi intervenire».
Se dovesse indicare il più bel film d’amore, a lei viene in mente Paura d’amore: «A parte i due attori straordinari, Al Pacino e Michelle Pfeiffer, è una storia semplice, tra un cuoco e una cameriera, disillusa e traumatizzata dalle relazioni passate. Ma alla fine guardano l’alba insieme. Un amore si costruisce giorno per giorno». I sentimenti, terreno scivoloso, Isabella alza il muro del pudore: «Mica mi chiederà se sono fidanzata?».
Vent’anni di carriera. «Ho debuttato con Nuovomondo di Crialese, nel 2006. Sono stata fortunata, con film importanti, e restando nella mia Palermo non mi sono neanche spostata. Ho sempre voluto fare l’attrice pensando al teatro. Il lusso, poi, è stato di poter scegliere, alternando cinema d’autore a cinema commerciale, che ha dinamiche e tempi tutti diversi. Essere attrice è il mio salvagente e la mia carriera mi somiglia. Mi prendo il mio tempo ma lavoro duro. Nel tempo sono diventata una persona più leggera».
Da adolescente, a Isabella piaceva la solitudine, «è un momento creativo, al mare inventavo tanti personaggi, non solo sirenette. Adoro i bambini che fanno discorsi da soli, una cosa che ti è consentita quando si è piccoli. Rispetto ai bambini di oggi, che sono sempre occupati in mille attività, era contemplata la noia. Nell’ozio vengono le idee».
Una cosa che la connota ancora oggi è la non riconoscibilità. Per strada può camminare tranquilla: «A inizio carriera soffrivo quando mi dicevano che il mio viso si ricordava poco, poi, e lo so che può sembrare assurdo detto da un’attrice, ho visto l’aspetto positivo. È una fortuna anche non essere identificata. C’entra il mio continuo tentativo di sparire, sedermi al bar e guardare la gente, poter osservare e non essere osservata mi affascina».
È cresciuta nella Palermo delle stragi di Falcone e Borsellino: «Ti sentivi abbandonato, poteva succedere di tutto, la frustrazione che non ci fosse niente da fare di fronte alla sopraffazione. Un periodo difficile da comprendere per chi non l’ha vissuto. Mio padre è un uomo di legge che in famiglia ci ha sempre reso partecipi, forgiando una coscienza. Interpretare Letizia Battaglia è stato catartico».
Che momento è della sua vita? «Sono i miei anni più belli, non tornerei indietro, mi godo la serenità. Ma sono profondamente arrabbiata per quello che c’è intorno a noi, vedo un mondo che non capisco più, la paura di un’opinione diversa, la normalizzazione che vogliono imporci dall’alto».