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 2026  marzo 20 Venerdì calendario

Intervista a Marcello Cesena

Il 30 marzo tornerà a vestire i panni di Jean Claude in Sensualità a corte, sketch di punta del GialappaShow su Tv8. Ormai gli ospiti fanno a gara per diventare special guest della saga che racconta le avventure del baronetto settecentesco vessato dalla terribile Madre e innamorato della trans Daiana (e di Batman, Robin Hood, Diabolik, di qualsiasi supereroe di passaggio a corte). Marcello Cesena, regista, ideatore e, appunto, protagonista, si gode l’affetto del pubblico e il Rainbow Award ricevuto ai primi di febbraio assieme a Simona Garbarino, la «Madre» della saga. Ha occhi brillanti e un unico vezzo: non vuole che si parli della sua età (spoiler: quest’anno compie un multiplo di 7, portato con incanto).
Si aspettava questo successo 21 anni fa, quando è partito tutto?
«No. Ai tempi volevo solo fare della comicità che parla di un gay senza che fosse una becerata».

Leggenda narra che fu sua nipote a suggerirle di guardare Elisa di Rivombrosa. E da lì, le venne l’idea di «Sensualità a corte».
«Mia nipote Matilde oggi ha 27 anni e continua a essere l’opinion leader di casa. Partecipa anche alle nostre puntate
: in genere fa l’anchorwoman se c’è un telegiornale».
L’ultima stagione chiude con un bacio fra le fiamme tra Pierfrancesco Favino e Madre. Lo rivedremo nella nuova stagione?
«Eh no... Favino lo abbiamo spolpato: durante quella puntata del GialappaShow gli avevano chiesto tutti un contributo. Lui è stato generosissimo e anche bravissimo, si è impegnato come sul set di un film in costume».
Altri ospiti illustri?
«Ho fama di essere un perfezionista, del resto sono del segno della Vergine... Ma Stefano Accorsi è riuscito a superarmi: a ogni scena, mi chiedeva di rifarla! Più gli attori sono bravi e più sono contento di dirigerli».
Si farà mai il film?
«Il film non lo so, ma è verosimile una serie tv per una grande piattaforma».
Alla sceneggiatura di questa nuova stagione di «Sensualità a corte» ha lavorato da Parigi. Come mai?
«Amo Parigi e ci vado quando voglio lavorare tranquillo, perché lì non ci sono i tanti Lucifero che citofonano per farmi uscire di casa».
Era lì nei giorni neri del Bataclan. Come li ha vissuti?
«In realtà io e il mio compagno arrivammo il giorno dopo, ma già la sera prima, quando abbiamo realizzato cosa fosse successo dalla tv, è stato uno choc. Degli amici che frequentiamo a Parigi, tre su quattro hanno un collegamento diretto con le vittime. Parigi per definizione è una città che ti invoglia a uscire, a stare all’aperto, ma nei giorni successivi alla strage nessuno aveva voglia di mettere il naso fuori di casa».
Da quell’esperienza è nato il suo primo romanzo.
«Sì, Un luogo sicuro, di Sperling & Kupfer. Racconta il rapporto tra due donne sullo sfondo del terrorismo».
Oggi tutti la associano a Jean Claude. Ma lei è stato un pilastro dei Broncoviz, con Maurizio Crozza e Carla Signoris. Impossibile dimenticarla nel ruolo di Michele l’intenditore, nell’«Avanzi» di Serena Dandini.
«Facevamo le parodie delle pubblicità. Al povero Michele ne combinavano di tutti i colori, come quando doveva dire se l’oggetto che teneva in mano era una pistola o un asciugacapelli. Nel dare il parere esperto, moriva».
Incidenti di percorso?
«Noi registravamo e mandavamo la cassetta 24 ore prima della messa in onda. Una volta, però, esagerammo nel girare lo spot dissacrante di una famosissima azienda di biscotti, e dal programma ci dissero che non avrebbero potuto farlo uscire».
Lei però è un vero regista di pubblicità. Oltre a essere la voce dell’uccellino di Del Piero nello spot di una azienda di acqua in bottiglia.
«Del Piero è diventato talmente bravo che potrebbe già fare l’attore. Ho avuto l’onore di dirigere i più grandi, da Fiorello e Mike a Nino Manfredi, da Aldo Giovanni e Giacomo a Paola Cortellesi».
Ci racconti di Mike Bongiorno.
«L’ho diretto con Fiorello nella campagna pubblicitaria di una grande compagnia telefonica. Lui aveva fama di essere molto severo sul lavoro. Ma, invece, ho avuto il privilegio di conoscere il suo aspetto più dolce. Ed era bello vedere quanto affetto nutrisse per Fiorello: si fidava ciecamente di lui».
Nino Manfredi?
«Con lui è stato un po’ più difficile: dovevamo girare insieme gli spot voluti dal presidente Ciampi per il passaggio dalla lira all’euro, dunque con dei testi ultra controllati e autorizzati dall’alto. Diciamo che Manfredi era abituato a fare quello che voleva. Però mi resta la grandissima emozione di aver lavorato con un gigante come lui».
Esordì a teatro con Giorgio Albertazzi nell’«Enrico IV» di Pirandello.
«Sì, ero davvero acerbo come attore. Avevo il fisico del ruolo, ma non la voce, che ho imparato dopo a valorizzare. Ero in coppia con Elisabetta Gardini, bellissima. Albertazzi fu molto generoso con noi: ci convocava in teatro ore prima dello spettacolo e ci teneva delle lezioni, che per me sono state preziosissime».
Il suo debutto di attore al cinema, invece, fu con Pupi Avati.
«Vivevo a Roma e tramite passaparola seppi che stava cercando dei giovani per il film Una gita scolastica. Cercai il numero sull’elenco telefonico, lo chiamai, rispose la moglie e me lo passò. Ma quando gli dissi che avevo 25 anni mi liquidò dicendo che ero troppo anziano. Io però non mi arresi e andai nel suo studio: lì mi diede la parte da protagonista, con Giovanni Veronesi».
Da regista ha diretto Rossy de Palma e Victoria Abril.
«Non mi sembrava vero. Per proporle la parte, raggiunsi Rossy de Palma a Parigi sul set di Robert Altman. La produttrice l’aveva trovata uno dei Broncoviz in crociera: pensi i casi della vita».
E Victoria Abril?
«Lei l’avevo vista in Légami di Almodovar. Si disse interessata dopo aver parlato con Rossy, ma aveva un altro film in produzione. Poi il suo regista si ammalò e lei si liberò. Il problema fu dirlo all’attrice con cui l’avevo sostituita».
Mi dica subito il nome!
«Mai. Le dico solo che da allora non mi saluta più».
La sua passione per il cinema si era manifestata durante l’adolescenza, grazie a Dario Argento: è vero?
«Quando andavo a vedere i suoi film uscivo dal cinema con la febbre, tanta era la paura. Ma poi a casa provavo a rifarli con una cinepresa Super 8, che avevo chiesto ai miei genitori al posto del motorino: per loro era una preoccupazione in meno».

Ha conosciuto il regista?
«No. Anni dopo ho provato a scritturare Clara Calamai, l’assassina di Profondo rosso, ma sono arrivato tardi: quando l’ho chiamata stava morendo».
Il 18 aprile del 2020 si è sposato con Alessandro Iovine, che lavora con lei.
«Stiamo insieme da 17 anni. La nostra unione civile è stata surreale perché eravamo in pieno Covid. Andammo in Campidoglio a piedi, bardati con le mascherine che ci aveva regalato un amico stilista, occhiali e guanti. Avevamo appoggiato i cellulari sul tavolo in modo da far partecipare i nostri parenti dalle rispettive case. Al rientro, i vicini ci gettarono chicchi di riso dalle finestre».

Finora chi è la persona che l’ha emozionata di più?
«Mina».
L’ha incontrata?!
«Ma no! Ero in vacanza in Grecia e una sera al ristorante conobbi Benedetta Mazzini, sua figlia. Ci salutammo, lei fu molto affettuosa e mi disse che la mamma impazziva quando mi vedeva in tv. Poi sparì, e piu tardi tornò con il cellulare in mano, che mi passò. Dall’altro capo c’era Mina che mi faceva i complimenti per la mia Irina Skassalkàzaja. Capisce? Irina Skassalkàzaja! È stato il momento in cui mi sono emozionato di più nella vita».