Corriere della Sera, 20 marzo 2026
Biennale, l’inaugurazione di Buttafuoco (senza Giuli)
Certe cose si possono dire anche senza aprir bocca. E Pietrangelo Buttafuoco, il presidente della Biennale di Venezia, lo fa. A chi si rivolge? All’uomo con cui oggi è più in tensione, il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Così, poco prima di mezzogiorno, arriva ai Giardini con due libriccini sotto il braccio. In pochi ci fanno caso: uno però è un vecchio pamphlet di Vitaliano Brancati, lo scrittore di Pachino, siciliano come lui. E il titolo è uno schiaffo dritto in faccia: Ritorno alla censura. Sembra un messaggio chiaro per Giuli, che sulla riapertura del Padiglione russo della Biennale, previsto il prossimo 9 maggio, dopo 4 anni di fermo per l’invasione dell’Ucraina, si è già detto contrario.
È l’ultimo giorno di Ramadan e Buttafuoco, che si è convertito all’Islam, non si ferma al ricco buffet della Biennale, lui digiuna (è dimagrito molto dopo un mese di astinenza) e così, dopo aver parlato col fido Andrea Del Mercato, il direttore generale e suo braccio destro, intorno alle due prende il primo taxi acqueo fermo sul pontile per tornare a Ca’ Giustinian dove si chiude nel suo ufficio da solo, mentre i suoi collaboratori restano a pranzo ai Giardini. Ma poi non salirà sul treno serale per Roma. Oggi a Ravenna deve presentare l’ultimo numero della rivista trimestrale della fondazione e lunedì a Venezia c’è la «Dmt», la Biennale danza musica e teatro. Verrà Giuli? Macché.
Perché anche il secondo libriccino, che Buttafuoco si è portato ai Giardini, suona come un’aperta sfida al ministro: si tratta dell’Allegoria dell’autunno, l’omaggio a Venezia di Gabriele D’Annunzio. E D’Annunzio, per Giuli, è da sempre un riferimento personale e spirituale: non a caso ha spostato il suo ufficio romano a Palazzo Altemps dove visse il Vate e un anno fa andò anche a Gardone Riviera ad inaugurare l’ologramma di D’Annunzio. Se lo ricorda bene Giordano Bruno Guerri, il presidente della Fondazione del Vittoriale, che ha trovato «eccellente» la lettura della mattinata di Buttafuoco ai Giardini.
Non una lettura qualunque: perché D’Annunzio scrisse l’omaggio a Venezia nel 1895 in occasione della prima Esposizione internazionale d’arte, invitando gli artisti di ogni paese a venire in Laguna per testimoniare «i loro sogni e i loro sforzi nuovi». Insomma, capito Giuli? Per la sessantunesima edizione, Buttafuoco («siciliano di sangue, veneziano nel cuore», si autodefinisce) vorrebbe da lui la stessa apertura. Ma il ministro a Venezia, per sommo sfregio, gli ha mandato solo il suo vicecapo di gabinetto, Valerio Sarcone. E dunque la guerra tra i due continua muta, solo con i gesti e le provocazioni.
«Di quel che non si può dire si deve tacere», Buttafuoco cita Wittgenstein. Mentre il malcapitato Sarcone, molto diplomatico, applaude e si congratula col presidente della Biennale («una bellissima giornata, bisogna festeggiare») e ha un attimo d’imbarazzo solo quando incontra la consigliera del cda designata dal Mic, Tamara Gregoretti, che ha votato a favore della presenza dei russi e poi ha risposto picche alla richiesta di dimissioni del ministro. Alla fine, al buffet, davanti a un piatto di risi e bisi, lei a un amico avrebbe confidato: «Giuli ancora insiste ma io gli ho detto: non puoi cacciarmi per un’opinione. Ora speriamo che dopo il referendum prenda in mano la questione Giorgia Meloni, è lei che mi ha messo qui, anche se sono di sinistra».