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 2026  marzo 20 Venerdì calendario

Iran, sei Paesi pronti a inviare navi ma solo dopo la pace

L’iniziativa è stata promossa dal premier britannico Keir Starmer, con la sponda del segretario della Nato, Mark Rutte. Alla fine, sei Paesi hanno aderito all’ipotesi di inviare una missione navale per garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz. I leader di Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone hanno firmato ieri una nota congiunta. Il governo canadese ha fatto sapere che è pronto ad aggiungersi a questa «mini coalizione dei volenterosi». La prima parte del documento è chiara: «Noi condanniamo nella maniera più forte i recenti attacchi condotti dall’Iran contro le imbarcazioni disarmate nel Golfo, contro le infrastrutture civili, compresi gli impianti per il gas... (condanniamo) la chiusura di fatto dello stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane». Seguono un appello, sulla base del diritto internazionale, «per un’immediata e totale moratoria degli attacchi sulle infrastrutture civili, compresi gli impianti per il petrolio e il gas». Poi si arriva al passaggio chiave: «Siamo pronti a contribuire agli sforzi appropriati per assicurare il transito in sicurezza attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore l’impegno delle nazioni che si stanno adoperando nella fase preliminare di pianificazione».
Come si vede il messaggio finale dei Sei (più il Canada) è piuttosto generico. Volutamente generico, stando alle interpretazioni raccolte negli ambienti diplomatici. Quali sarebbero gli «sforzi appropriati» per riaprire lo Stretto chiuso «di fatto» dagli iraniani? Una spedizione militare, pronta, quindi, a scontrarsi con i pasdaran? Certamente no. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e quello della Difesa, Guido Crosetto, spiegano che questo è «un documento politico e non militare». Non è in vista alcuna «missione armata» nel Golfo. Il presidente francese Emmanuel Macron, il più scettico in assoluto, aveva già dichiarato che non era ipotizzabile alcun tipo di operazione senza la fine delle ostilità. Più o meno è la stessa posizione del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Un po’ tutti, infine, «auspicano» l’intervento delle Nazioni Unite. Ma qui cominciano i problemi. Non è certamente un caso se la parola Onu non compaia nel testo. Il Consiglio di Sicurezza, la cabina di comando dell’organizzazione, può autorizzare una missione solo se nessuno dei cinque membri permanenti oppone il veto. Occorre, quindi, il via libera non solo di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, ma anche di Russia e Cina. Negli ultimi giorni, Donald Trump ha chiesto a Pechino di collaborare per riaprire Hormuz, perlomeno facendo pressione su Teheran. Ma gli ayatollah hanno giocato d’anticipo, garantendo il libero passaggio alle petroliere cinesi. A quel punto Xi Jinping si è trovato nelle condizioni di poter attendere gli sviluppi, come ha sempre fatto in tutte le crisi internazionali, anche se, questa volta, l’aumento dei prezzi degli idrocarburi riguarda tutti. Nessuno, però, tra gli europei pensa che la Cina possa assecondare una spedizione armata contro l’Iran, come invece immagina Trump. Al massimo, se ne potrebbe riparlare dopo il «cessate il fuoco». Va notato, però, che nella dichiarazione congiunta si evoca «una moratoria degli attacchi iraniani», ma non si chiede una tregua completa che, naturalmente, implicherebbe lo stop dei bombardamenti da parte di Israele e Usa.
La Casa Bianca rappresenta l’altra grande difficoltà politica per gli europei. Da giorni il presidente americano incalza gli alleati, in particolare il britannico Starmer e il segretario della Nato, Rutte. Vuole vedere le flotte degli europei nelle acque di Hormuz. Pronte a combattere se necessario.
Uno scenario impensabile, politicamente insostenibile per gli europei e per i giapponesi. Starmer e Rutte, però, erano convinti che bisognasse fare qualcosa, mandare un segnale. Il britannico è da tempo preoccupato per il deterioramento della «relazione speciale» tra Stati Uniti e Regno Unito. Rutte, nelle conversazioni informali, ha insistito su un punto: attenzione, perché Trump potrebbe fare qualcosa di clamoroso nel prossimo vertice della Nato, in programma a luglio, in Turchia. Starmer e Rutte si sono messi in moto. Il più difficile da smuovere sarebbe stato Macron. Il francese si è persuaso solo ieri mattina, a condizione che la dichiarazione fosse la più generica possibile. E così è stato.