Corriere della Sera, 20 marzo 2026
Petrolio, caos prezzi tra Occidente e Asia
Se il mercato del petrolio fosse perfetto – guidato da domanda e offerta, non da agende politiche e azioni di guerra – accadrebbe qualcosa che in questa guerra è alieno: andamenti uguali per tutti nel mondo e non uno scarto di quasi il 50% fra il prezzo euro-americano e quello in Asia. E se il mercato del gas non fosse stato trascinato nel conflitto del Golfo, con guasti duraturi a uno dei maggiori impianti al mondo, e il rischio di blocco delle forniture a Italia e Belgio, l’Europa ora non rischierebbe la seconda crisi strutturale dell’energia in quattro anni.
Invece le ultime 48 ore segnano un’ulteriore discesa nel conflitto, con gli impianti di petrolio e metano come ostaggi contro i quali entrambe le parti infieriscono. A un attacco israeliano su South Pars, le infrastrutture del giacimento di gas che Teheran condivide con Doha, è seguito quello iraniano sull’impianto qatariota di Ras Laffan. E poiché quest’ultimo è uno dei maggiori nel gas naturale liquefatto e avrà bisogno di anni per tornare a pieno regime, la guerra del Golfo sta imprimendo un altro giro di vite all’economia mondiale. Eurasia Group, il think tank di Ian Bremmer, prevede che all’Italia questa crisi possa costare un intero punto percentuale di prodotto lordo nel 2026 (dunque porterebbe il Paese in recessione), a Francia, Germania e Cina poco di meno.
Il segno che un’altra soglia è stata superata l’ha dato ieri il segretario al Tesoro americano Scott Bessent. In un’intervista a Fox, ha detto: «Nei prossimi giorni, potremmo levare le sanzioni al petrolio iraniano che è già in navigazione». Sarebbe uno stupefacente rovesciamento di rotta dopo 56 anni di misure economiche degli Stati Uniti contro Teheran, proprio quando per la prima volta i due Paesi si affrontano in una guerra aperta e protratta. «Sono dieci giorni o forse due settimane di offerta di greggio in più», ha aggiunto Bessent.
Il fatto che l’amministrazione Trump parli di una simile ipotesi dà la misura di quanto i rincari dell’energia mordano. Bessent per ora cerca di fare dichiarazioni che calmino il mercato; ma senz’altro la Casa Bianca è disposta ad andare anche più lontano, pur di disinnescare i rincari del gallone di benzina per l’elettore medio negli Stati Uniti. Le sanzioni alla Russia sono già sospese. La stessa apparente calma che regna sul solo West Texas Intermediate (Wti) – l’indice americano del petrolio, ieri più stabile sotto i cento dollari a barile rispetto all’indice europeo Brent o agli indici del Golfo Dubai e Oman – alimenta nel mercato il sospetto che il dipartimento del Tesoro stia intervenendo. Alcuni osservatori si chiedono se l’amministrazione Trump cerchi di manipolare un po’ il prezzo. Avrebbe un modo per farlo: vendere o far vendere allo scoperto, provocandone i ribassi, i futures sul Wti. Sarebbe un’operazione ritenuta dagli esperti tanto efficace nell’immediato, quanto pericolosa alla lunga perché non potrebbe alterare lo squilibrio fra domanda e offerta.
Molti investitori iniziano poi a pensare che Trump possa tentare qualcosa di ancora più audace: bloccare, limitare o tassare l’export di energia americana – la principale fonte mondiale del settore – per tenere entro i confini il più possibile del gas e petrolio prodotti negli Stati Uniti e così separare al ribasso i prezzi statunitensi da quelli del resto del mondo. Molte di queste azioni sarebbero illegali e creerebbero terremoti sui mercati. Ma l’aspettativa è così diffusa che ieri la Casa Bianca ha dovuto smentire. Forse più semplice per il presidente andarsene dichiarando una vittoria che non sarebbe tale, nella speranza che l’Iran riapra Hormuz. Certo la pressione resta e non solo perché i carburanti raffinati da gennaio sono rincarati di ben più del balzo del 60% segnato dal greggio Wti. Preoccupa anche un’altra distorsione: il Wti ieri sera era a 95 dollari a barile, il Brent a 107, ma le varietà Oman e Dubai a 153 e 136; eppure questi tipi di greggio del Golfo costavano qualcosa meno del Brent fino a subito prima della guerra.
Il loro aumento vertiginoso si spiega perché essi sono divenuti molto più scarsi con la chiusura di Hormuz, a svantaggio dei compratori di Cina o Corea del Sud che ne usano la gran parte. Ma presto le raffinerie asiatiche potrebbero entrare in concorrenza con le raffinerie europee e americane per il greggio occidentale venduto ai prezzi del Brent e Wti. Facendo convergere i prezzi del petrolio consumato in Europa al rialzo, verso quelli del petrolio consumato in Asia.