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 2026  marzo 20 Venerdì calendario

Iran, il Qatar: «A rischio le forniture all’Italia»

«Almeno smettete di bombardare mentre parliamo...». Riad, ore 11. Si stanno ascoltando al telefono da tre minuti. Da una parte c’è Hakan Fidan, il ministro degli Esteri turco, appena atterrato in un salone riservato dell’aeroporto per incontrare i capi sauditi e gli sceicchi del Golfo. Dall’altra parte del filo, nascosto in un bunker di Teheran, c’è Abbas Araghchi, il suo collega iraniano. La Turchia sta lavorando sodo, per spegnere i nuovi incendi nel Golfo. E questa telefonata può smuovere qualcosa. D’improvviso, passano a Fidan un’agenzia: gl’iraniani hanno bombardato la raffineria di Yanbu, sul Mar Rosso. Il turco fatica a trattenersi: «Io capisco le vostre emergenze strategiche – sbotta —. Ma almeno non inviate i missili proprio qui, in Arabia Saudita! E mentre è in corso la riunione!». «Finché verranno centrati i nostri interessi energetici», è la gelida risposta d’Araghchi, «non mostreremo alcuna moderazione».
Dare gas alla guerra. Togliere aria al dialogo. Pigiando sull’acceleratore degli attacchi e senza curarsi d’altro. Al ventesimo giorno, la 64esima ondata di bombardamenti dei pasdaran è contro la «risorsa che prima ci ha sottomesso agli imperialisti e poi ci ha liberati da loro», come diceva l’ayatollah Khomeini. L’ordine è di colpire duro l’energia, dopo l’attacco israeliano al giacimento persiano South Pars/North Dome e la reazione iraniana, altrettanto irresponsabile, all’impianto qatarino di Ras Laffan, il più grande deposito al mondo di gas liquido. Donald Trump non si scusa del blitz di Bibi Netanyahu a South Pars – è stato «un impeto d’ira» israeliano —, ma promette che non si ripeterà. «Ci ha chiesto d’evitare ulteriori attacchi e noi lo stiamo facendo», commenta il premier israeliano. E a chi dice che è stato Israele a trascinare gli Usa in questa guerra: «C’è qualcuno – domanda Bibi – che davvero crede di poter dire a Trump che cosa deve fare?». A Teheran, tutto ciò non basta. E non resta che colpire a sorpresa produzione, stoccaggio, trasporto: due raffinerie in Kuwait, quella in Arabia Saudita, due in Israele.
C’è un piccolo popolo di ventimila marittimi, a bordo di 3.200 navi, che da tre settimane aspetta alla fonda per attraversare lo stretto di Hormuz e trasportare un quinto del petrolio e del gas mondiali. Teheran è disposta a tutto, per difenderne il blocco e mettere in ginocchio le economie. Ci sono «gravi ripercussioni sulle forniture energetiche globali», avverte Doha: secondo Saad Al Kaabi, ceo di QatarEnergy, l’attacco iraniano può portare alla cancellazione delle forniture quinquennali a Italia, Belgio, Sud Corea e Cina. Gli attacchi «hanno già impatti diretti». Gli ultimi due casi? Nel Golfo, la carne ieri costava già il doppio. E per risparmiare energia, lo Sri Lanka ha decretato la settimana lavorativa di quattro giorni. Il Qatar dichiara che s’è «oltrepassata ogni linea rossa» e l’Arabia Saudita, settimo Paese al mondo per spesa militare, si riserva «il diritto» di reagire: Israele del resto «non è nemmeno a metà» della sua campagna, dice il capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir, anche se per Netanyahu «potremmo finire prima del previsto». Scettici, Emirati e Kuwait chiedono più armi: Washington sblocca 16 miliardi d’aiuti. Duri un mese o duri un anno, chiarisce meglio il fabbricante d’armi tedesco Armin Papperger, di Rheinmetall, di sicuro bisogna «migliorare i numeri» dell’unica industria che al momento sorride: «A questo ritmo – prevede —, penso che dopo la metà d’aprile avremo quasi esaurito tutte le scorte di missili disponibili». Quindi, i governi se ne facciano una ragione: svuotare i granai e riempire gli arsenali, «la produzione deve accelerare molto rapidamente».
L’incendio dei pozzi sta radicalizzando le posizioni. Gli Emirati hanno chiuso le scuole iraniane ed espulso 2.500 studenti che risiedevano ad Abu Dhabi. Rivela un funzionario israeliano a Ynet che i Paesi del Golfo, dietro le condanne di facciata, chiamano Netanyahu per dirgli «vai fino in fondo, e che Dio ti aiuti». Non c’è solo Hormuz, in cima ai pensieri. Il prossimo attacco iraniano, lo s’aspetta a Bab el-Mandeb, lo stretto fra Mar Rosso e Oceano Indiano: ci passa un altro 12% del petrolio di tutto il mondo e, se bloccassero anche quello, sarebbe il disastro totale. Non per niente quel braccio di mare, fin dai tempi della Compagnia delle Indie, lo chiamano la Porta delle Lacrime.