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 2026  marzo 20 Venerdì calendario

La fine del Senatur

«Le idee ti vengono solo di notte. Ti vengono quando sei solo, ma le capisci quando ne parli con qualcuno... di notte». Tutti coloro che lo hanno conosciuto raccontano che il «vero» Umberto Bossi era quello notturno. Certo, c’era anche quello che riempiva le piazze, anche di luoghi remoti, con i sostenitori che rinunciavano a ferie, riposi e pure alla stabilità del matrimonio per andarselo a sentire in qualche località sperduta che chissà come gli era venuta in mente.
È sempre stato così. Bobo Maroni ricordava ogni volta gli anni frenetici prima ancora che nel 1984 nascesse la Lega lombarda. Alla fine degli anni Settanta il grande autonomista valdostano Bruno Salvadori accese in lui la fiammella con un volantino all’università di Pavia. Maroni raccontava di quelle notti, «quelle in cui discutevamo fino a ore indecenti ma lui a letto non ci voleva andare mai. Quelle in cui fregavamo l’auto di mia mamma e andavamo ad attaccare i manifesti e fare le scritte sui muri». Perché, come Bossi ripeteva sempre, «i muri sono i libri del popolo». Roberto Calderoli andava a letto con taccuino e penna sul comodino: «Alle quattro del mattino arrivava la telefonata. Abitavo con mia mamma e le prime volte a lei veniva un colpo: “C’è stato un incidente?”. E invece era lui che mi riempiva di cose da fare per il giorno dopo. Dovevo prendere appunti, se me ne dimenticavo una erano guai». La mamma di Calderoli non poteva saperlo, e forse nemmeno il futuro ministro, ma erano i primi capitoli di un’epopea.
Il popolo e la Padania
Quando Bossi iniziò la sua parabola, la parola «popolo» era quasi desueta, ma lui aveva saputo farla vibrare con intensità da pelle d’oca. «Padania... libera!» ruggirà molti anni più avanti, un richiamo che a tutti i vecchi militanti dà ancora i brividi. E che gli valse da un lato le prime accuse di populismo e dall’altro i commenti ironici della politica colta.
Ma il grande visionario andava avanti, si abbeverava a tutte le fonti, portava le sue letture eclettiche e instancabili nel corpo vivo di quello che era orgogliosamente «un movimento, non un partito. Ricordatevelo, la prossima volta che scrivete le vostre cazz...». A sentirlo parlare, non si ha mai la sensazione di ascoltare una persona di destra, nonostante il tema della collocazione della Lega abbia tenuto banco per anni, forse decenni. Anche il razzismo, che pure tra i suoi sostenitori non è mancato, nel suo esprimersi era più roba da uomo di altri tempi, paternalistico più che razzista. Le persone di colore per lui erano i «negretti», ma poi accanto alla parola urticante aggiungeva: «Fanno quello che forse avrei fatto anch’io se non fossi nato nella grande e potentissima Padania. Ma non possiamo far arrivare tutti. Lo diceva anche Craxi: si fa cadere il sistema».
La «canotta» come icona
La cerchia dei seguaci si allarga, Bossi arriva in Parlamento: da allora è il Senatur anche quando sarà eletto alla Camera. E notte dopo notte, pizza dopo pizza, Coca-cola dopo Coca-cola, toscano dopo toscano, il seguito continua a crescere. Gente semplice, mai neanche sfiorata dalla politica, i professori sarebbero arrivati più tardi.
«Di politica non mi ero mai occupato, non mi interessava. Poi, ho sentito Bossi...». Chi lo dice? Tutti. È una frase che chiunque abbia frequentato la Lega di quegli anni si è sentito ripetere centinaia di volte, da centinaia di persone diverse. La canotta esibita diventa icona, lui si presenta scarmigliato, infagottato in spessi maglioni e camicie talvolta improbabili. Ma anche l’assoluta indifferenza all’abbigliamento negli anni in cui si comincia a usare la parola «look» diventa per i leghisti, anche i meno ruspanti, una tendenza. Del resto, lui lo ripete spesso: «Dovete diffidare di quelli in cravatta. Peggio, quelli sempre in cravatta». I suoi sostengono che i maglioni blu di Berlusconi nei weekend siano un suggerimento di Bossi per un «look» più sciolto ma probabilmente non è vero..
La visione e il consenso
Il dialetto, il tema dell’identità quando ancora la parola identità era solo sui libri, la patria immaginata con al centro «il grande fiume» arriveranno per approssimazioni progressive, nuove letture, nuovi spunti che lui faceva entrare nel Pantheon leghista anche quando era necessario spingerceli di forza. Il celtismo, per esempio. I leghisti ai primi raduni di Pontida con le corna diventarono icona, scatto inevitabile in un’era ancora lontanissima dai social. Resteranno «la» foto di Pontida anche molti anni dopo che sono quasi del tutto scomparsi. Poi, però, la Padania si scopre più grande. L’eredità celtica poteva essere spesa a Varese. A macchia di leopardo in tanti luoghi della Padania. Non tutti. E allora la Padania comincia a bastare a sé stessa, Padania è solo Padania, il Sole delle Alpi va bene per tutti.
Il rapporto con Berlusconi
Quando incontra Silvio Berlusconi, Bossi è diffidente. Con «i fascisti del Mis», l’Msi, lui non vuole avere a che fare se non per interposta persona. L’alleanza con cui Berlusconi sconfisse la «gioiosa macchina da guerra» di Occhetto è differenziata, Lega al nord e An-Msi al sud. Ma l’esperienza dura poco: tra «decreto salva-ladri» (decreto Biondi) e pensioni, Bossi offre una scatoletta di sardine a Massimo D’Alema e a Rocco Buttiglione e fa cadere il governo. Si sente forte, nel 1993, ha espugnato Milano, «la nostra Capitale», con Marco Formentini. Non vuole, da pochi mesi al governo, diluire la carica anti-sistema. E così lancia, sempre più forte, sempre più rauco, il grido d’indipendenza e l’idea dei parlamenti della Padania.
L’incontro con Tremonti
Solo nel 2000, dopo insulti e contumelie, Bossi ricucirà i rapporti con Silvio Berlusconi: «Garantisce Tremonti, lui è uno che capisce...». Per molti il suo rapporto con il dottissimo tributarista e poi ministro delle Finanze rimarrà un mistero. A fare da cemento, l’amore per la montagna. Tremonti è l’unico che possa redarguirlo, è lui che quando Bossi propone di rimettere la tassa sugli immobili («L’unica federalista») subito dopo che il centrodestra ha vinto le elezioni promettendo di toglierla, arriva a Ponte di legno con pedule e calzoni alla zuava e lo chiude in una stanza per due ore filate.
Il rapporto con Berlusconi verrà più volte rimproverato a Bossi, beninteso dopo la caduta. Si ironizza sul «caminetto di Arcore» in cui il mago Silvio riconduceva a ragione l’ombroso Umberto. I più sfacciati, in un movimento che gli deve assolutamente tutto, arrivano a dipingerlo come un animale di compagnia a cui Berlusconi ogni tanto dà il premietto. Ma è in quegli anni che si forma davvero la struttura della Lega come partito di governo. Una classe dirigente era cresciuta nelle amministrazioni locali, è vero. Ma in quei periodo maturano le condizioni perché un abbozzo politico di «Padania» prenda forma: le presidenze di Roberto Cota in Piemonte, Luca Zaia in Veneto e più tardi di Maurizio Fugatti in Trentino e Massimiliano Fedriga in Friuli-Venezia Giulia sono il frutto di un’impostazione che prosegue quella di Bossi anche dopo la sua caduta.
Il crepuscolo
La fine dell’era di Umberto Bossi arriva repentina, il crepuscolo è amaro. Il «Capo», dopo lo «sciopòn» del 2004 è più fragile, la sua voce si fa ancora più roca, all’inizio quasi inintelligibile. Un gruppo ristretto di leghisti lo sottrae progressivamente dal colloquio (notturno) che non si era mai interrotto con i giornalisti. Sono i giorni del «cerchio magico», che fa arrivare le sua parole prive dell’immediatezza di un tempo.
Arriva l’inchiesta sul tesoriere della Lega Francesco Belsito, eppure Bossi non si accorge che i tempi stanno cambiando. Scomunica Maroni ed è l’inizio della fine. Nella «Notte delle ramazze» alla fiera di Bergamo si vede un Bossi in lacrime. Poi le dimissioni. Un’era è finita, e quasi non ci credono nemmeno quelli che della caduta sono responsabili. Ora lo piangono tutti.