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 2026  marzo 19 Giovedì calendario

Bce, nuova pausa sui tassi

Francoforte sceglie la prudenza. La Banca centrale europea ha deciso di mantenere i tassi d’interesse invariati al 2%, ma il segnale inviato ai mercati globali non è di distensione, bensì di massima allerta. In un momento in cui le tensioni geopolitiche in Medio Oriente tornano a incendiare i listini dell’energia, il Consiglio direttivo ha preferito la via della prudenza, dichiarandosi tuttavia pronto a intervenire senza esitazioni qualora la volatilità dovesse minacciare la stabilità finanziaria dell’eurozona. «Oggi la Bce si trova ad affrontare uno shock energetico che eserciterà pressioni al rialzo sull’inflazione e al ribasso sulla crescita», avverte Gary Smith, Head of EMEA Client Portfolio Manager Fixed Income di Columbia Threadneedle Investments. È la fotografia di un’istituzione che, pur restando immobile, si prepara a una nuova navigazione a vista, consapevole che l’equilibrio tra prezzi e crescita è diventato fragilissimo.
Il clima è infuocato. Come spiega la Bce, “la guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica. Avrà un impatto rilevante sull’inflazione nel breve periodo attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia. Le implicazioni nel medio termine dipenderanno sia dall’intensità e dalla durata del conflitto, sia dal modo in cui i prezzi dell’energia si trasmetteranno ai prezzi al consumo e all’economia”. Sul fronte della politica monetaria, si specifica che “il Consiglio direttivo è ben posizionato per affrontare questa incertezza. L’inflazione si è attestata intorno all’obiettivo del 2%, le aspettative di inflazione a lungo termine sono ben ancorate e l’economia ha mostrato resilienza negli ultimi trimestri”. Tuttavia, “le informazioni in arrivo nei prossimi mesi aiuteranno il Consiglio direttivo a valutare in che misura la guerra influenzerà le prospettive di inflazione e i rischi a esse associati. Il Consiglio direttivo monitora attentamente la situazione e il suo approccio basato sui dati contribuirà a definire l’orientamento della politica monetaria in modo appropriato”.
Sul fronte dell’espansione economica, ci sono le ultime letture. “Le nuove proiezioni dello staff della Banca centrale europea incorporano eccezionalmente informazioni aggiornate all’11 marzo, una data di riferimento più tardiva rispetto al consueto. Nello scenario di base, l’inflazione complessiva è prevista in media al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. L’inflazione è stata rivista al rialzo rispetto alle proiezioni di dicembre, in particolare per il 2026, a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia legato alla guerra in Medio Oriente. Per quanto riguarda l’inflazione al netto di energia e alimentari, lo staff prevede una media del 2,3% nel 2026, del 2,2% nel 2027 e del 2,1% nel 2028”. Anche questo profilo, si specifica, “è superiore rispetto alle proiezioni di dicembre, principalmente per effetto della trasmissione dei maggiori prezzi energetici all’inflazione di fondo”. Lo staff prevede una crescita economica media dello 0,9% nel 2026, dell’1,3% nel 2027 e dell’1,4% nel 2028”. Ciò implica “una revisione al ribasso, soprattutto per il 2026, che riflette gli effetti globali della guerra sui mercati delle materie prime, sui redditi reali e sulla fiducia. Allo stesso tempo, la bassa disoccupazione, la solidità dei bilanci del settore privato e la spesa pubblica per difesa e infrastrutture dovrebbero continuare a sostenere la crescita”.
In un contesto così difficile, viene specificato, “in linea con l’impegno della strategia di politica monetaria del Consiglio direttivo a incorporare rischi e incertezza nel processo decisionale, lo staff ha inoltre valutato come la guerra in Medio Oriente potrebbe influenzare crescita e inflazione in alcuni scenari alternativi illustrativi”. L’analisi degli scenari suggerisce che un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas comporterebbe un’inflazione superiore e una crescita inferiore rispetto allo scenario di base. Le implicazioni per l’inflazione nel medio termine dipendono in modo cruciale dall’entità degli effetti indiretti e di secondo livello derivanti da uno shock energetico più forte e persistente.
La decisione di lasciare il tasso sui depositi fermo per la sesta riunione consecutiva riflette la volontà di Christine Lagarde di non accelerare i tempi in una fase di estrema opacità macroeconomica. Se fino a pochi mesi fa il quadro inflazionistico appariva in linea con gli obiettivi, il nuovo shock sull’offerta di materie prime ha rimescolato le carte, costringendo i tecnici dell’Eurotower a rivedere le proiezioni e a mantenere un approccio strettamente dipendente dai dati. Gary Smith sottolinea come il conflitto in Medio Oriente abbia aggiunto un ulteriore livello di complessità alle prospettive di politica monetaria, portando l’istituto a dover riconoscere l’aumento dell’incertezza. Per Columbia Threadneedle, la Bce si fonda sul principio di guardare oltre gli shock esterni sull’offerta energetica, nella convinzione che gli impatti iniziali siano transitori, ma l’attenzione rimane alta sul rischio di effetti di secondo impatto, ovvero una crescita salariale troppo sostenuta alimentata dalle aspettative inflattive. Poiché la Bce ha già portato il tasso verso il livello neutrale del 2%, per Smith il bilanciamento dei rischi suggerisce che «il prossimo intervento potrebbe essere un rialzo dei tassi piuttosto che un ulteriore taglio, anche se la tempistica rimane incerta». È un cambio di paradigma che sposta il baricentro del dibattito da quanto tagliare a quanto sia necessario tornare a stringere i cordoni della borsa monetaria.
Questa linea di estrema cautela trova sponda nelle analisi di BNP Paribas, che intravede l’abbandono definitivo della retorica legata al concetto più volte ribadito da Lagarde di “good place”, buona posizione, per adottare un tono molto più attento ai rischi sistemici. Secondo la banca francese, l’istituzione adotterà un approccio marcatamente attendista, pur ribadendo che non esiterà a intervenire per garantire la stabilità dei prezzi. Le differenze strutturali rispetto alla crisi energetica del 2022 dovrebbero dissuadere l’Eurotower dall’intraprendere azioni preventive immediate, tuttavia BNP Paribas avverte che «aumenti dei tassi potrebbero rendersi necessari qualora il prezzo del petrolio si mantenesse stabilmente sopra i 100 dollari al barile per diversi mesi», favorendo l’emergere di quegli effetti di secondo impatto tanto temuti dai banchieri centrali.
In tal quadro, le nuove proiezioni macroeconomiche potrebbero risultare già superate dagli eventi, a meno di analisi di scenario specifiche capaci di catturare la volatilità dei mercati e le incertezze legate alle recenti evoluzioni della politica commerciale statunitense, un altro fattore di rischio che incombe sulla crescita del Vecchio Continente. Ma, come ricorda Angelo Meda, head of equity di Banor, bisogna ricordare la dinamica degli shock asimmetrici. In tal contesto, dice, “una inflazione oltre il 2% è uno scenario poco probabile”. Nello specifico, “non crediamo che le banche centrali modificheranno la politica monetaria, o meglio non pensiamo che questo rialzo dell’inflazione sia meritevole di un intervento da parte dei policymakers. È uno shock esterno, qualcosa che non richiede di tirare il freno sull’economia per ridurre la domanda perché il mercato petrolifero si aggiusterà in autonomia”.
Sempre sul fronte dell’inflazione, il panorama resta teso e privo di margini di errore. Konstantin Veit, portfolio manager di Pimco, si aspetta che le nuove stime degli esperti mostrino un superamento del target nel breve periodo, determinato proprio dalla fiammata dei prezzi energetici, prima di un ipotetico ritorno al 2% nel corso del prossimo anno. Sebbene gli indicatori basati sul mercato rimangano contenuti, Veit segnala che «le aspettative dei consumatori sembrano più vulnerabili». Pimco prevede che la Bce mostrerà un profilo più rigoroso anziché modificare subito la rotta, con previsioni di crescita probabilmente riviste al ribasso a causa dei rischi geopolitici. Il dilemma per Francoforte è profondo: evitare che l’inflazione si stabilizzi su livelli elevati senza però soffocare una ripresa che, specialmente in Germania e Italia, appare ancora stentata.
Sylvain Broyer, capo economista EMEA di S&P Global Ratings, ritiene improbabile che la Bce mostri la stessa pazienza del passato, poiché l’inflazione core è già sopra l’obiettivo proprio mentre si manifesta il nuovo shock. Secondo Broyer, «ci aspettiamo un aumento dei tassi a giugno» non per comprimere una domanda che non appare surriscaldata, ma per inviare un segnale chiaro ai mercati e ancorare le aspettative, contribuendo inoltre a contenere il deprezzamento dell’euro.
Il passaggio dai tagli ai possibili rialzi rappresenta il vero scoglio politico per l’Eurozona in questo 2026. Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac, evidenzia come le tensioni sui flussi di gas naturale liquefatto abbiano esposto la vulnerabilità strutturale europea. «Il problema energetico dell’Europa si sta nuovamente trasformando in un problema politico per la Bce», afferma Thozet, ricordando che i due motori industriali del continente sono i più esposti. Secondo Goldman Sachs Asset Management, inoltre, ci sono alcune possibili chiarezze. “La prossima mossa della Bce sarà probabilmente un rialzo dei tassi, alla luce dello shock sui prezzi dell’energia; tuttavia, un inasprimento nel breve termine appare poco probabile, a meno che tali pressioni non si rivelino persistenti”. Secondo la casa d’affari, “il Consiglio direttivo è chiaramente sensibile ai rischi al rialzo per l’inflazione, ma probabilmente cercherà di valutare i potenziali effetti secondari prima di intervenire. È quindi possibile un aumento dei tassi nel corso del 2026; tuttavia, la Bce è pronta ad agire prima qualora la situazione dovesse peggiorare”.
A complicare il lavoro di Christine Lagarde interviene il calendario elettorale, con le consultazioni in Germania, Francia e Spagna che premono sui governi per nuove misure di sostegno fiscale. Tuttavia, lo spazio di manovra è oggi molto più limitato rispetto al 2022: la spesa per interessi nell’area euro è vicina al 2,5% del Pil e i vincoli di bilancio sono tornati stringenti. Per Carmignac, in assenza di riserve fiscali solide, lo shock energetico potrebbe tradursi rapidamente in un calo dei consumi e degli investimenti, trasformando uno shock dell’offerta in uno shock della domanda. La Bce si trova dunque costretta a una pausa di riflessione, consapevole che il mix di inflazione in aumento e crescita in calo rende ogni prossima mossa un’incognita capace di scuotere le fondamenta stesse dell’Unione.