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 2026  marzo 19 Giovedì calendario

Yulimar Rojas: "Mi sento sempre in missione"

Per Yulimar Rojas la squadra di baseball che vince il World Classic è «una foto di famiglia».
La parentela è chiara, sta nella bandiera del Venezuela che loro mostrano a Miami, la stessa in cui lei si è avvolta così spesso da regina del salto triplo. La prima donna a vincere un oro olimpico per il Paese. Quattro Mondiali all’aperto, tre al coperto e ora, a Torun, in Polonia, vuole aggiungere l’ennesimo titolo per andare in pari. In questa stessa competizione indoor, a Belgrado, nel 2022, ha spostato il record del mondo a 15,74 metri e sempre a un Mondiale indoor ha iniziato a mettere la faccia sul Venezuela, ventenne, nel 2016. Maduro era presidente da tre anni.
Nella bandiera che ha visto commossa sul campo da baseball lei ci ha pianto, ci ha sfilato sopra le piste dove l’hanno applaudita, ci si è aggrappata quando si è rotta il tendine di Achille, a pochi mesi dai Giochi di Parigi. Caricava per essere la prima oltre i 16 metri, è ripartita da zero: senza certezze. Oggi sente che questa strada la mette nelle stesse condizioni del suo Paese, «siamo lottatori».
Come ha vissuto da lontano questa fase di grande instabilità del Venezuela? L’attacco degli Stati Uniti, la cattura di Maduro, il governo a tempo.
«È una situazione difficile persino da definire. Non è certo la prima volta in cui ci troviamo su un percorso inquieto e indecifrabile e io la penso sempre allo stesso modo. Mi vedo in missione. Per me significa lavorare ancora di più e per ottime ragioni, dare il massimo per offrire risultati di cui andare fieri. Questa stagione la vivo come una rivincita, una seconda possibilità e voglio regalare allegria, sorrisi, fiducia, come ha fatto il baseball. Tanti complimenti per questa vittoria che ci fa stare bene».
Basta una vittoria?
«Meritiamo di essere felici e lo sport dà energia, speranza: pensarci mi aiuta a tirare fuori la lottatrice instancabile che sono sempre stata».
La sua famiglia si sente al sicuro in Venezuela?
«Parlo con loro ogni giorno, sono il mio motore. Non sapere che cosa stia succedendo mi condiziona, ho sempre paura che ai miei cari manchi qualcosa, ma abbiamo un patto: io distraggo loro con i racconti della mia preparazione, con tutte le piccole soddisfazioni che vivo nel ritrovarmi e loro mi restituiscono la forza perché ce ne vuole per non lasciarsi abbattere. Il Venezuela ha sempre trovato conforto nei miei trionfi, sono momenti di unità condivisi, al riparo dalla fragilità che ci circonda».
È tornata in gara ai Mondiali di Tokyo, lo scorso settembre, dopo un anno e mezzo fuori. Bronzo, ma lontana dalla sua forma ideale.
«L’anno di transizione è alle spalle. Mi sento puro fuoco, pura potenza. Torun capita nel momento giusto: mi permette di dimostrare quello che valgo dopo un periodo molto travagliato, personale e collettivo. Recuperare da un infortunio obbliga a ricalibrare molte certezze, ma il target non è cambiato: sono sempre la Yulimar Rojas convinta di poter andare oltre i 16 metri. Rinasco dalle ceneri».
Ha dovuto cambiare approccio al suo salto dopo l’operazione?
«Dal giorno in cui mi sono infortunata ho cercato di ritrovare il feeling con la gamba bloccata, di recuperare i movimenti, gli automatismi, la potenza, il fisico e la tecnica e piano piano ho rimesso insieme la dinamica. Il problema era la testa. Ero sopraffatta».
Come si è ripresa?
«Uscire di scena proprio a ridosso delle Olimpiadi di Parigi mi ha segnato, mi sono sentita vulnerabile, ho messo in discussione il ritorno. Ho avuto paura. E al rientro ero terrorizzata, temevo di farmi male di nuovo. Ho parlato con il mio allenatore Ivan Pedroso, il migliore psicologo che esista e con le mie sorelle, la mia compagna. Ho capito progressivamente come convertire il riscatto in motivazione».
Che cosa ha scoperto di sé nei mesi lontano dalle competizioni?
«Quanto tengo all’atletica. Ho anche assaggiato un altro ritmo: ho viaggiato, ho passato del tempo con le persone che amo, ho apprezzato l’intimità con loro, gli abbracci dei miei genitori, veder crescere mio nipote. Sto imparando l’inglese. Lo studio per Los Angeles 2028. Ho visto sfuggire Parigi, i prossimi Giochi voglio viverli a pieno».
Si allena in Spagna, a Guadalajara. Base ideale?
«A parte il freddo che in inverno mi ha fatto venire il mal di testa. Non abbiamo un posto al coperto nonostante qui lavorino Pedroso, quattro volte campione mondiale del lungo e Sotomayor che tutt’ora ha il record dell’alto».
Prima nel vostro gruppo c’era anche Jordan Diaz, rivale nel triplo dell’azzurro Andy Diaz entrambi nati a Cuba. Lui però ha preferito spostarsi negli Usa.
«Immagino che non fosse convinto di esprimere il proprio potenziale, ma è difficile dirlo perché non c’è stato una riunione di gruppo, neanche una chiacchiera tra amici: se ne è semplicemente andato. Lo abbiamo scoperto dal suo profilo Instagram, non il massimo ma noi gli auguriamo il meglio».