La Stampa, 19 marzo 2026
Zbigniew Boniek: "Io, Platini e... Yildiz Kenan"
Ha da poco festeggiato i 70 anni, Zbigniew Boniek. La maggior parte dei quali vissuti nel mondo del calcio. Sono indimenticabili le parentesi con la Juventus e con la Roma: percentualmente minime (tre anni di qua e tre anni di là) eppure emotivamente enormi, impattanti. E sfiziose da rivivere.
E dunque, innanzitutto, ci tolga una curiosità: sono arrivati più auguri giallorossi o bianconeri?
(sorride) «Più giallorossi o bianconeri non saprei, ma posso dire che mi hanno scritto anche dei laziali! Mi sono sentito amato, circondato da tanti amici. È stato bello ed emozionante, ho ricevuto video e messaggi dai dirigenti della Fifa e della Uefa, a cominciare da Infantino e Ceferin, da tanti ex compagni».
Sfogliamo l’album dei ricordi. Una foto juventina.
«Tante partite importanti, ne dico una che mi è andata proprio di traverso: la finale di Atene del 1983. Se avessimo vinto lì, contro l’Amburgo, avremmo poi triplicato i nostri trofei. Ancora ci penso: Scirea, Tardelli, Gentile, Cabrini, Rossi, Platini e così via».
Uno squadrone decisamente “niente male”.
«Il triennio più forte della storia della Juventus: nessuna squadra bianconera in tre anni ha vinto quello che abbiamo vinto noi. Ma mi dà fastidio proprio il fatto che avremmo potuto vincere ancora di più se non ci fossero stati l’Amburgo e Felix Magath. Avremmo poi giocato l’Intercontinentale e partecipato alla Coppa dei Campioni successiva».
È curioso che le venga in mente un ricordo negativo pur tra tanti successi e trofei.
«I ricordi brutti ti rimangono dentro per più tempo, sono quelli che ti levano il sonno. Io ho sempre giocato per vincere e l’idea che quella partita abbia condizionato il percorso di una squadra così forte non l’ho mai digerita».
Anche con la Roma riaffiora qualche rimpianto? Oppure in questo caso la foto è di gioia?
«Eh... Anche in questo caso mi viene in mente una sconfitta: il 2-3 contro il Lecce (1986, ndr). Se avessimo vinto, saremmo rimasti a pari punti con la Juventus e battendo anche il Como all’ultima giornata avremmo fatto lo spareggio scudetto».
Corsi e ricorsi storici. Ha citato Juventus, Roma e Como, pare un déjà-vu.
«È la storia, sì! Juventus e Roma sono sempre state battagliere: all’epoca c’era Agnelli, c’era Boniperti, c’era Viola. C’erano anche molti scontri verbali e battute. La rivalità era vissuta su sponda Roma ancor più che sul fronte bianconero».
Nell’attuale sfida per il 4° posto vede una favorita?
«Per come gioca a calcio, la favorita è il Como. Ma per la storia, la piazza, il blasone, penso che non molleranno né la Roma né la Juventus».
Pescando dalla sua Juventus, che giocatore darebbe a Spalletti?
«Credo che gli farebbe molto comodo Platini, perché ora manca qualcuno carismatico, qualcuno che apra i varchi per gli altri, qualcuno che segni, qualcuno che dia equilibrio in mezzo al campo. Platini era tutto questo».
E alla Roma?
«Alla Roma Boniek! Mi piacerebbe giocare ancora oggi».
Giochino inverso: un campione attuale e la sua Juventus. Yildiz avrebbe trovato posto?
«Sì, certo. È fortissimo. Diciamo che avremmo tolto Bonini e io avrei fatto il suo lavoro pur di schierare Kenan, tanto io facevo tutti i ruoli. Oppure si sarebbe sacrificato Tardelli. Ma un posto a Yildiz l’avremmo trovato. Il turco è l’unico giocatore che ha qualità e carattere davvero da Juve tra gli attaccanti che ci sono adesso. Lui e Vlahovic. Bene inteso anche gli altri sono bravi, per carità, ma “da Juve” è un’altra cosa».
Dunque lei sarebbe favorevole al rinnovo del serbo?
«Di sicuro. Io lo terrei. Se in forma e motivato è senza dubbio all’altezza del contesto bianconero».
Domanda per l’ex campione ma anche per l’ex dirigente federale e vicepresidente Uefa: in Italia mancano talenti?
«No, non penso. Il problema in Italia, semmai, è trovare il modo per far sì che un forte giocatore di 15-16 anni non si perda per strada e diventi poi un calciatore completo a 20-21 anni. Secondo me c’è troppa gente in giro che ti fa credere di essere un fenomeno quando invece hai ancora tutto da costruire. Procuratori, soldi, immagine, fretta di arrivare. Non bisognerebbe saltare le tappe: carriera precoce spesso diventa carriera veloce. E c’è un altro aspetto importante: gli italiani raramente vanno all’estero, questo invece aiuterebbe».
La riporto ancora indietro con la memoria, all’Heysel. C’è qualcosa in particolare che la spinse a rifiutare il premio vittoria?
«Stavo male, ho visto un signore di Cagliari che è morto, ed era morto anche suo figlio. Ho subito pensato che non c’era nulla da festeggiare, che la mia vita non sarebbe cambiata se anche avessi rinunciato a qualcosa. Così ai dirigenti dissi: grazie, arrivederci, questi soldi io non li voglio, dateli al fondo per le vittime».
I soldi rifiutati, la sofferenza che ancora non si placa per Atene... Il legame con la Juventus è ancora forte, eppure certe polemiche non si placano. Ancora si parla della stella celebrativa nella hall of fame fuori dallo Stadium: le è stata data e poi tolta. Questa cosa e certe polemiche con parte della tifoseria bianconera la feriscono?
«No, la questione della stella non mi ferisce e non mi dà fastidio. Io so che avevo ricevuto la lettera e la maglia celebrativa, e le ho ancora a casa. Poi mi ha tolto la stella Andrea Agnelli, che era il presidente, e il perché di questa scelta lo sanno lui e magari qualche ultras, ma a me non interessa. Io però posso garantire che contro il club non ho mai detto nulla».
Ha anche lanciato una provocazione in questo senso, no? Ne ha parlato di recente alla presentazione del docufilm “Juventus primo amore”, a Milano.
«Sì, ho detto che avrei dato mille euro in beneficenza per ogni mia dichiarazione anti-Juve che fosse mai venuta fuori. E nessuno ha portato nulla. Infatti incontro tanti tifosi juventini, tanta gente che mi apprezza, che ama rivivere con me pagine importanti della storia bianconera».
Cos’è il calcio per lei?
«È tutto. Me ne rendo conto perché io sono nato in un Paese che dopo la guerra è stato, diciamo, girato alla parte pro-sovietica. Vivevo in un paese normale, dove mio padre era elettricista e mia madre era sarta. Studiavo, mi sono laureato, ho frequentato anche l’Accademia dello Sport perché pensavo che sarei diventato un insegnante. Ma poi a vent’anni ho capito che palleggiavo meglio di tanti altri e giocavo meglio di tanti altri. Da lì in poi il calcio mi ha dato tutto. Le conoscenze, la cultura, la possibilità di visitare il mondo e di conoscere le persone più importanti: Agnelli, Capi di Stato... Per questo dico che il calcio mi ha dato tutto».