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 2026  marzo 19 Giovedì calendario

Putin, il Grande Fratello

«Non ti porteranno più il sushi alle tre di notte, invece ti busseranno alla porta alle quattro», dice Mikhail (nome di fantasia ovviamente), un imprenditore nel campo informatico moscovita. L’allusione macabra agli arresti notturni dell’epoca dello stalinismo ironizza su un orgoglio dei moscoviti: qualunque cibo portato a casa con un click, a qualunque ora, con un corriere o addirittura un robottino, il simbolo della Mosca benestante ed efficiente del putinismo. Perfino molti esuli politici russi, fuggiti in Europa dopo l’invasione dell’Ucraina, dichiaravano la loro nostalgia non più per le classiche betulle dei loro predecessori nel 1917, ma per una capitale iperdigitalizzata, dove tutto – dal taxi al conto in banca alle pratiche burocratiche – si faceva con un telefono con connessione iperveloce.
Ora, nella Rete russa girano esilaranti clip sui ventenni che cercano di orientarsi srotolando cartine cartacee. Non è uno scherzo: le vendite di cartine e guide sono schizzate, insieme a quelle di cercapersone e telefoni fissi. Chiamare un taxi nel centro di Mosca è diventato impossibile, e mentre si stanno assumendo centralinisti per prendere prenotazioni telefoniche, nella periferia sono riapparsi i “bombila”, i tassisti clandestini di sovietica memoria, che raccattano passeggeri dal bordo strada. Si paga in contatti, i terminal delle carte di credito non funzionano. Perfino la Duma è rimasta senza Internet. Agli utenti arrivano Sms: «Sono in corso limitazioni temporanee al traffico dati e rete mobile, dettate da motivi di sicurezza». Ma il temporaneo è sempre la cosa più duratura, recita un vecchio detto russo, e in attesa di attivare la «lista bianca» dei siti sempre accessibili (amministrazione pubblica, banche, trasporti), il primo canale tv pubblicizza l’iniziativa dei deputati di ripristinare le cabine telefoniche.
La prospettiva di tornare definitivamente in Urss ha suscitato nei russi una rabbia inattesa, e attivisti di ogni spettro, dai comunisti ai liberali, hanno chiesto l’autorizzazione a scendere in piazza il 29 marzo, contro il blocco di Internet e il bando
– non ancora ufficiale, ma di fatto già in corso – di Telegram, l’app di messaggistica utilizzata letteralmente da tutti, dai dissidenti ai propagandisti e dai militari agli spacciatori. Per ora, tutti si sono sentiti rispondere “niet": a Mosca a causa di un’ordinanza “antiepidemiologica” dei tempi della pandemia, a Novosibirsk per via della tutela degli alberi, a Irkutsk per paura di un numero eccessivo di partecipanti e a Barnaul, più banalmente, con la spiegazione che le autorità «non hanno violato la legge» e quindi la protesta è infondata. Su Tik-Tok raccolgono centinaia di migliaia di visualizzazioni video che invitano a «cercare il portafoglio» o «cantare insieme» il 29 marzo nella piazza centrale delle città, ma gli attivisti anonimi del movimento “Cigno Scarlatto” hanno già fatto sapere che non faranno manifestazioni non autorizzate, per non rischiare l’arresto.
Del resto, in numerose città russe la rete mobile era stata oscurata, in tutto o in parte, già l’estate scorsa, per contrastare i droni ucraini. Mosca però continuava a ordinare il sushi e a guardare i dissidenti su YouTube. «In Rete fioriva la libertà russa, ciascuno si faceva il proprio ecosistema e se lo portava sempre dietro», scrive Leonid Parfyonov, giornalista e studioso dei costumi postsovietici. Fuori, Vladimir Putin stava rimpiangendo e ricostruendo l’Unione Sovietica, ma nello smartphone si continuava a leggere e discutere, con qualche precauzione come il Vpn per vedere siti e social censurati. Oggi, l’unico servizio di messaggistica è “Max”, creato e controllato dai Servizi. La sparizione del traffico dati in quanto tale però non si può aggirare, e Parfyonov parla di «passo decisivo dall’autoritarismo al totalitarismo».
Può sembrare paradossale che a Mosca si veda più totalitarismo nell’oscuramento dei siti di consegna di sushi che in una guerra, ma la politologa d’opposizione Ekaterina Shulman riassume il patto sociale del putinismo così: «I russi sono i consumatori più esigenti e i cittadini più passivi». Il paradiso dei consumi digitali era la ricompensa per il consenso, e infatti il “Cigno Scarlatto” fa sapere che non è contrario alla guerra in Ucraina o al regime di Putin. Questa volta, il Cremlino è riuscito a far arrabbiare i suoi stessi fan, e nelle chat Telegram ha fatto scalpore l’outing di Ivan Remeslo, un blogger propagandista che all’improvviso ha dichiarato che Putin dovrebbe venire «processato come criminale di guerra». Qualcuno ci vede un segno della spaccatura nel gruppo dirigente putiniano: perfino l’ineffabile Dmitry Peskov ha criticato il bando di Telegram, usato peraltro dalla propaganda russa all’estero, e dai militari al fronte.
Mikhail, che ha contratti con il governo, non ha dubbi: gli unici che possono ignorare a questo punto gli umori dei russi, e addirittura le necessità dei militari, sono i falchi dei servizi segreti, ansiosi di costruire un “Gulag digitale” nel quale il libero accesso alla Rete diventerà un privilegio per pochi. A Mosca gira voce che a convincere Putin ad accelerare il passaggio al “modello cinese” sia stato proprio l’Fsb, per due motivi. Il primo è l’improvvisa discesa del dittatore russo nei sondaggi: perfino il centro governativo VtsIOM lo quota al 32%. E il secondo è l’attacco all’Iran, nel corso del quale gli americani hanno utilizzato i dati della Rete per stanare Ayatollah e pasdaran.