La Stampa, 19 marzo 2026
Antonio Di Pietro: "Provo rimorso per il suicidio di Gardini"
C’è un ex magistrato ed ex politico di centrosinistra che non t’aspetti a fare campagna referendaria per il Sì: Antonio Di Pietro. «Lo faccio per una ragione di testa e una di pancia», dice. E però inevitabilmente con lui si finisce a parlare di Mani pulite. Di come si chiuse la Prima Repubblica. Di Raul Gardini, imprenditore di prima grandezza che Di Pietro inquisì e che si suicidò. C’era già un accordo tra pm e avvocati per un interrogatorio che non si tenne mai. «Provo rimorso per come andò a finire. Non fui abbastanza convincente che la sua vita quel giorno non sarebbe finita. E allora preferì farla finita lui».
Di Pietro, partiamo dalla testa o dalla pancia?
«Se cominciamo dalla testa, allora parlo da ex politico di centrosinistra. Quando eravamo al governo, mi riferisco al Romano Prodi del 2008, io ministro delle Infrastrutture, noi stavamo già facendo la separazione delle carriere. Un ddl in questo senso fu votato alla Camera. Però fu inquisita la moglie di Clemente Mastella, che era ministro della Giustizia. Lui si dimise, cadde il governo, e la riforma non la terminammo. Quindi con il Sì sono coerente con me stesso. Semmai è il centrosinistra che deve spiegare perché ora è per il No».
E la pancia?
«Adesso parlo da ex magistrato. Non accetto che i miei ex colleghi dichiarino il falso per indurre il cittadino in errore e far credere che con questa riforma non si potranno fare più le indagini. Stanno impaurendo gli italiani. Non è vero che la riforma riduce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. È un peccato talmente grave che non so in quale girone dell’inferno farli finire. È un falso storico. Ieri, oggi e domani un’inchiesta tipo Mani pulite si potrà fare sempre».
Si capisce che ha nostalgia di quell’esperienza. Però non nasconde di avere rimorsi. Per il suicidio di Gardini, ad esempio.
«È vero, è un mio rimorso».
Perché?
«La vicenda Gardini (luglio 1993, ndr) era la chiave di lettura per riprendere un discorso interrotto con l’omicidio di Borsellino (luglio 1992, ndr). Con Paolo Borsellino parlai personalmente pure il giorno del funerale di Falcone. Aveva capito ancor prima di me come l’inchiesta Mafia-appalti e l’inchiesta Mani pulite fossero collegate fra di loro. Purtroppo l’hanno fatto saltare in aria. E io ho avuto coscienza dell’intreccio soltanto l’11 novembre 1992, quando i carabinieri sono venuti a Milano a dirmi che a Palermo non volevano far partire quell’inchiesta. La feci partire io. Dopo di che a Palermo arrivò il dottor Caselli che avviò un rapporto di collaborazione con il dottor Borrelli».
Tornando a Gardini?
«Sarebbe stato fondamentale. Si era impegnato ad aiutarci a completare l’accertamento circa gli ulteriori destinatari della tangente Enimont. Noi ne individuammo solo metà».
È vero che l’altra metà andò alla mafia?
«Avrebbe dovuto dircelo lui, perché solo lui lo sapeva. Ci fu un dirigente di prima fascia della Calcestruzzi che mi disse: se mi chiede, io le dico tutto ciò che vuole ma solo fino al Rubicone. Intendeva dire che a noi di Milano stavano raccontando i rapporti tra affari e politica. Ma c’era di più. C’era una terza gamba del tavolino, nel mezzo, che garantiva alla politica di avere un ritorno economico e che garantiva agli appaltatori di non avere alcun danno. Era il nuovo modello mafioso, passato dalla coppola alla cravatta. Borsellino aveva capito prima di me e forse per questo l’hanno fatto saltare in aria».
Scusi, tornando alla separazione delle carriere, anche ai tempi di Mani pulite si criticò molto il rapporto tra pm e gip. Si disse che il gip, sempre lo stesso, faceva passare tutto quel che voi volevate.
«Accadeva per il semplice fatto che noi scoprivamo i fatti veri. Al gip sottoponevamo risultati certi su quanto accaduto, non proponevamo dei personaggi per chiedere l’autorizzazione ad indagarli. C’è un’enorme differenza».
E com’è che i suoi ex colleghi sono quasi tutti contrari alla separazione delle carriere?
«Contraria è soprattutto la dirigenza dell’Associazione nazionale magistrati. E questa è la grande anomalia: un’associazione privata che s’è fatta potere dello Stato e non vuole perdere il controllo del Consiglio superiore della magistratura. Da lì le correnti governano la magistratura. Non è cosa da poco scegliere chi dirige gli uffici. Con il sorteggio si spezza il legame».
Il problema è l’esistenza delle correnti stesse?
«Io dico che si rischia la supremazia della magistratura sugli altri poteri dello Stato».
Quando si è reso conto che le cose non andavano bene?
«Ci sarà una ragione se ai miei tempi (Di Pietro si è dimesso dalla magistratura nel dicembre 1994, ndr) il 98% degli italiani aveva fiducia in noi e oggi sono meno della metà. Certamente ciò è dovuto ad una certa classe politica che invece di difendersi nei processi si è difesa dai processi. Certamente è dovuto a un’informazione che per alcuni versi è stato settaria. Però è mai possibile che la magistratura non riesca a fare autocritica per come in questi 40 anni di applicazione del sistema accusatorio sia passata via via dall’inchieste Mani pulite a una degradazione del pubblico ministero? Il pm per definizione ha il ruolo di cercare chi ha commesso un reato. Mi pare che i nuovi molto spesso cercano se qualcuno abbia commesso un reato. Si fanno processi che non dovrebbero neppure iniziare. E intanto molte vite vengono distrutte».