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 2026  marzo 19 Giovedì calendario

Caterina Banti ha deciso di tornare a regatare

Un uomo, una donna. E una barca. Non è il film di Lelouch. Ma la coppia (mista) d’oro della vela azzurra. Caterina Banti e Ruggero Tita tornano a cercare il buon vento insieme. Per due volte campioni olimpici: a Tokyo 2020 e a Parigi 2024 ora guardano a Los Angeles 2028 e alla possibilità di un terzo titolo nel catamarano (Nacra 17). È una reunion, come quando tornano sulla scena le grandi bande rock. Lo hanno annunciato sui social. Lei aveva smesso due stagioni fa, mentre lui ha continuato con Luna Rossa. Caterina a giugno farà 39 anni, Ruggero domani ne compie 34. Banti siede nel consiglio nazionale della Federvela in rappresentanza degli atleti e anche in un committee di World Sailing.
Aveva detto: smetto per fare altro.
«Non smentisco, avevo bisogno di una pausa. Anche perché gare e trasferte portano via molto tempo e io ero stanca, volevo stare un po’ a casa, in quel momento avevo altre urgenze e necessità. Dopo otto anni cercavo un altro respiro, spazio per me, per i miei affetti e per la famiglia. Volevo guardarmi attorno, io non appartengo ai corpi militari, sono tesserata per il Circolo Canottieri Aniene, avevo bisogno di capire cosa fare da grande».
Lei parla quattro lingue, si è laureata a Roma in Storia e Civiltà dell’Oriente e del Mediterraneo e poi all’Orientale di Napoli.
«Sono anche una sportiva tardiva. Ho iniziato ad andare a vela sul lago di Bracciano con mio fratello, ma sono arrivata all’agonismo a 23 anni. E a 34 ho vinto con Tita il primo oro olimpico. Prima mi vedevo avviata a una carriera universitaria, ma mi sono detta che quella poteva aspettare, lo sport si fa da giovani».
Appunto, guardi Kimi Antonelli, 19 anni.
«Ma guardi anche il successo delle donne ai Giochi di Milano Cortina. Io ora sto bene, da un punto di vista fisico ho recuperato e anche in acqua la mia prestazione tecnica è migliorata. Le mie esigenze private sono cambiate, sento di poter dare ancora molto come atleta e in coppia con Ruggero. Non ho mai smesso di andare in palestra e ho ripreso ad allenarmi ad aprile mentre fino a luglio 2027 la priorità di Tita resta la Coppa America, dopo avrà più tempo per intensificare i lavori sulla nostra barca. Anche perché non esiste un diritto divino che ci manda direttamente a Los Angeles: prima si deve qualificare la nazione e poi dobbiamo meritarci la selezione interna. Ai Giochi va una barca sola».
A Cortina c’è stato anche l’urlo disperato di Lindsey Vonn, 41 anni.
«Ma dieci giorni prima in discesa era leader della classifica. Non serve mettere contro i giovani e gli adulti. Lo sport insegna passione, energia, voglia di migliorarsi. L’età anagrafica conta fino a un certo punto, ognuno ha il suo percorso. È bellissimo che ci siano le nuove generazioni e programmi e investimenti per ragazzi/e. Più c’è confronto e più si alza la qualità della competizione. Non c’è bisogno di vedere tutti come nemici, si può collaborare insieme».
Nel frattempo non avrà oziato.
«No, mi sono iscritta a due Master: uno alla Luiss Business School in relazioni esterne e pubblic affairs e uno in management olimpico al Coni. Noi atleti abbiamo molte capacità spendibili nel mondo professionale, ma per entrare nel settore lavorativo servono altri strumenti e competenze. Per questo bisogna studiare e formarsi, se si vuole costruire una carriera oltre quella sportiva. Io credo in un mio percorso sostenibile in entrambi i mondi. Alle Invernali ho fatto un breve periodo a Milano, aggregata alla preparazione olimpica, ho vissuto al villaggio, e per me che nella vela sono sempre distaccata e da un’altra parte è stata un’esperienza bellissima. Mi sono accorta che noi atleti, anche se di sport differenti, abbiamo tutti le stesse paure e gli stessi fantasmi che ci inseguono. E che dietro a un evento sportivo come le Olimpiadi c’è una macchina complessa con interessi a volte divergenti. E spesso una cultura sbagliata che indica nella medaglia d’argento un’occasione fallita, ma provateci voi a gareggiare in una finale olimpica».
Come è stato accolto dai social il vostro annuncio?
«Bene, abbiamo ricevuto molti messaggi affettuosi. Sembrano tutti felici. Nessuno mi ha scritto: restatene a casa. Forse abbiamo sempre trasmesso una bella immagine: una coppia sportiva che si aiuta in un Paese dove la collaborazione uomo/donna ancora non è ben accettata. Abbiamo dimostrato che la diversità è un valore e un’opportunità vincente. La stessa Coppa America adesso prevede una donna a bordo dopo 175 anni di preclusioni. Anche se è un tipo di competizione che non mi interessa».
Lei però il 9 marzo al presidente Mattarella ha detto che le quote rosa sono un’arma a doppio taglio.
«Le donne dirigenti sono ancora rare, le quote creano occasioni, poi servono competenza e credibilità. Bisogna far giocare tutti, aprire il campo, ma a vincere deve essere il merito».