la Repubblica, 19 marzo 2026
I missili a grappolo iraniani che bucano l’Iron Dome
Il regime iraniano sa ancora colpire nel cuore di Israele. Armando i missili non con normali testate ma con decine di piccole bombe, sta bucando il sofisticato scudo che ne protegge i cieli. Prima di toccare terra, a un’altitudine di 7-10 chilometri, questi missili balistici a medio raggio rilasciano in volo gli ordigni, che poi precipitano, senza alcuna forma di controllo, sui quartieri. Nella notte tra martedì e mercoledì una coppia di settantenni è morta nel proprio appartamento di Ramat Gan, periferia est di Tel Aviv, a causa dell’attacco lanciato da Teheran per vendicare l’uccisione di Ali Larijani.
Siamo al 20 esimo giorno di guerra e gli apparati militari della Repubblica islamica hanno conservato una certa, rilevante, capacità offensiva, nonostante i danni all’arsenale provocati dai caccia americani e israeliani. Sfruttano missili come il Khorramshahr-4 o l’Emad, caricati con bombe a grappolo, ciascuna delle quali porta fino a 5 chilogrammi di esplosivo. A seconda della direzione, del vento e dell’altitudine a cui avviene il rilascio, la pioggia di ferro può coprire un raggio anche di 10 chilometri. È un’arma che non ha precisione: è costruita per massimizzare il danno alle case e ai civili che le abitano.
Una di queste bombe, o un frammento del vettore che le trasportava, ha sfondato il tetto del condominio di Ramat Gan dove si trovava la coppia, penetrando nell’appartamento e deflagrando in salotto. I due non hanno fatto in tempo ad andare nel rifugio comune. Le vittime israeliane salgono così a 14. I missili iraniani però non distinguono tra israeliani e palestinesi: e nella serata di ieri, a restare uccise sono state quattro donne colpite da un razzo nel salone di una parrucchiera a Hebron, in Cisgiordania.
La reazione del regime all’operazione israeliana di martedì contro Larijani e la leadership (oltre al segretario del Supremo consiglio per la sicurezza, sono morti il capo della milizia Basij e altri alti vertici militari) si è concretizzata con alcune ondate di missili sulla zona centrale di Israele: quelli cluster, contenenti fino a 70 bombe a grappolo, per come sono concepiti hanno un impatto devastante anche quando vengono intercettati dalla contraerea. È la strategia dei pasdaran per penetrare l’Iron Dome e dimostrare al mondo di essere ancora una minaccia, reale e letale.
Le squadre antincendio israeliane sono dovute intervenire in 34 posti diversi. Altri lanci di Teheran si sono susseguiti per tutta la giornata. Oltre ai due decessi, si contano cinque feriti a Kafr Qasem, a Petah Tikva e a Bnei Brak, la città degli ebrei haredi vicino a Tel Aviv. La rappresaglia è stata coordinata, di nuovo, con le milizie sciite di Hezbollah che, non a caso, in una nota hanno condannato «il vile assassinio» di Larijani. Dei 40 razzi a corto raggio, diversi missili (uno ha volato per 200 km) e cinque droni arrivati sulla Galilea, l’Idf comunica di averne abbattuti più della metà.
Niente di paragonabile a ciò che sta succedendo dall’altra parte della Linea Blu, dove non ci sono scudi né contraeree, e le vittime sono quasi mille: 968, per la precisione, tra cui 77 donne, 116 bambini e 40 operatori sanitari. I raid israeliani non risparmiano i giornalisti. Mohammad Sherri, il direttore dei programmi politici dell’emittente tv Al Manar, legata al Partito di Dio, è stato ucciso insieme alla moglie nella zona di Zuqaq al-blat, nel centro di Beirut. I figli e i nipoti sono ricoverati in ospedale.
Nel sud del Libano i carri armati sono avanzati di pochi chilometri oltre il confine in direzione dei villaggi sciiti, le truppe danno la caccia ai miliziani e alle armi, casa per casa. I comandi sostengono di non aver ricevuto l’ordine di arrivare fino al Litani per completate una zona cuscinetto, e di non stare costruendo basi permanenti. «È una missione difensiva, stiamo proteggendo le nostre comunità del nord della Galilea che, questa volta, sono sono state evacuate», spiega a Repubblica un ufficiale di rango dell’Idf.
L’aviazione ha preso di mira i distributori di benzina della società Al-Amana, controllata – secondo l’intelligence dello Stato ebraico – da Hezbollah e usata come fonte di finanziamento. Distrutti altri due ponti sul Litani allo scopo di tagliare i rifornimenti alle forze Radwan. «Rimarremo tutto il tempo necessario», ripete l’ufficiale dell’Idf. «Siamo preparati a una missione che può durare mesi».