corriere.it, 19 marzo 2026
Golden power dell’Italia sull’«aereo urbano» venduto in Cina
Esistono atti giudiziari che diventano una sorta di balconata, uno strategico punto di osservazione: dal quale si può contemplare allo stesso tempo l’avveniristica visione delle metropoli del futuro, in cui le persone non si spostano più in auto, ma su piccoli aerei che decollano e atterrano in verticale; e accanto un distillato invece molto antico della meschinità italiana, che non riconosce talenti e non valorizza l’innovazione, salvo poi tirar fuori il pugno della burocrazia e alzare barriere quando scopre che invece all’estero (in questo caso in Cina) certi progetti interessano eccome. Accade nella sentenza del Consiglio di Stato sulla controversia tra Manta Aircraft, una piccola società di Sesto Calende (Varese), e l’intera compagine dell’esecutivo italiano: dalla presidenza del Consiglio, ai ministeri di Economia, Difesa e Trasporti, che, alla fine hanno avuto ragione. Per presentare il loro progetto, i rappresentanti della società avevano contattato Leonardo e Cassa depositi e presiti, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo del ministero dell’Economia e l’Aeronautica militare. Tutti avevano risposto: «Interessante il vostro aereo, ma non ci interessa».
Di che si tratta? Manta ha elaborato e registrato il progetto di un «velivolo innovativo» di «Advanced air mobility»: di fatto, un mezzo che permette «di compendiare le caratteristiche dei velivoli ad ala fissa e degli elicotteri con decollo e atterraggio verticali e volo ad alta velocità, in modalità aereo... La flessibilità permessa da tali formule – si legge in sentenza – è alla base dell’enorme interesse che nel mondo tali velivoli stanno suscitando promettendo di rivoluzionare il trasporto pubblico passeggeri in aree urbane e non». Il velivolo brevettato da Manta «ha caratteristiche di uso e di manutenzione più simili a quelle di un’automobile che di un attuale aeroplano». La società possiede però solo il proprio capitale di conoscenza: gli sviluppatori cinesi avrebbero messo il denaro per «la costruzione di 2 prototipi della versione completamente civile del velivolo Manta, con 6 posti, destinata al trasporto di passeggeri tra una regione e l’altra della Cina». È su questo progetto che ad ottobre 2024 il governo mette il veto; golden power per decreto; l’accordo con i cinesi non si deve fare. È l’atto finito al centro della battaglia di fronte ai giudici amministrativi.
Nell’istruttoria citata nella sentenza, Leonardo (la Spa controllata dal ministero dell’Economia, tra le maggiori aziende al mondo per ricavi nel settore della difesa) ha spiegato che il progetto sarebbe «in uno stadio poco più che concettuale e non maturo», ma comunque «dotato di un significativo know-how tecnologico sensibile» rappresentato dagli addetti, fra i quali vi sarebbero anche propri ex dipendenti: conoscenze che sarebbero «utilizzabili sia nel settore civile che militare». E il ministero della Difesa ha aggiunto che la società di Sesto Calende si può ritenere «certamente di rilevanza strategica per il potenziale innovativo della tecnologia che possiede e intende sviluppare, tanto nel campo civile quanto nel campo militare, e che non si può escludere un futuro interesse nel settore aeronautico militare delle tecnologie alla base del velivolo, e dunque per la difesa italiana».
L’azienda s’è opposta a queste valutazioni prima al Tar, poi al Consiglio di Stato, sostenendo che il veto sarebbe un provvedimento eccessivo e sarebbero state sufficienti prescrizioni per impedire sviluppi militari. Pesano però lo scenario geopolitico e anche la forte attenzione dell’Europa sugli investimenti «in uscita». I giudici hanno così ritenuto corretto l’intervento dello Stato e legittimo il veto, motivato anche dal fatto che verificare il rispetto di condizioni in una società in Cina sarebbe complesso.