Corriere della Sera, 19 marzo 2026
Alessandro Nesta parla della sua carriera
«Macché regali, spero solo che la giornata di oggi passi in fretta e che mia moglie Gabriela sia occupata a organizzare il 18simo di mio figlio Tommaso che festeggia domani. I 50 anni mi hanno preso male». Alessandro Nesta, campione del mondo nel 2006, bandiera della Lazio prima di consacrarsi al Milan come uno dei difensori centrali più forti di tutti i tempi, ripercorre dal buen ritiro di Miami cinque decenni di calcio ed emozioni.
Sandro è vero che ha rischiato di finire alla Roma?
«Mio fratello, maggiore di me di tre anni, aveva problemi di postura. Gli dissero “fai sport”, così mio papà Giuseppe ci portò entrambi a fare un provino in una squadra di Cinecittà. Uno scout dei giallorossi mi selezionò ma mio padre, cuore biancoceleste, si oppose».
Poi a nove anni l’ingresso nella Lazio. Chi ha individuato le doti da difensore?
«Zeman ha avuto la follia di spostarmi di ruolo. All’inizio nelle giovanili facevo la mezzala, ero bravino. Poi in Primavera ero terzino destro finché il mister mi disse che dovevo fare il difensore centrale. Lì per lì pensai “questo è matto”. Invece mi ha cambiato la vita».
Nel 2000 si accorse di essere campione d’Italia mentre era in macchina?
«Pazzesco. Era il maggio del 2000, ero squalificato e perciò avevo visto la partita in tribuna. Dopo il 3-0 alla Reggina mi ero messo in macchina un po’ per scaramanzia e un po’ perché a Perugia dove giocava la Juve la partita era stata sospesa per pioggia. Quando alla radio sentii del gol di Calori, tornai all’Olimpico e fu una festa clamorosa».
1 settembre 2002: si affaccia al balcone dell’Hotel Gallia per salutare i tifosi del Milan. Lo sa che aveva una faccia da funerale?
«Stavo male veramente. Da tre anni mi dovevano vendere per questioni di bilancio e quella mattina, quando mi ero allenato a Formello, avevo pensato “vai, anche quest’anno è andata”. E invece a fine sessione avvisarono me e Crespo che eravamo stati ceduti. Il meglio però avvenne la sera».
Cioè?
«Con Adriano Galliani ero andato come ospite a Pressing. Alla prima pausa pubblicitaria venni ripreso: “Sorridi, perché i giocatori al Milan sono solo felici”».
Quando cambiò idea?
«Sono andato forte quando ho capito che non ero arrivato solo nella squadra migliore del mondo, ma nel club in quel momento al top per organizzazione, visione e capacità economica».
La partita che non dimenticherà?
«La finale di Manchester del 2003 con la Juve. È stata la mia prima. Poi da lì è diventato un obbligo arrivare in fondo alla Champions».
Il compagno con maggior talento?
«Andrea Pirlo. Sapevo che era bravo, ma solo quando ho potuto lavorare con lui mi sono accorto che era geniale».
L’esempio da seguire?
«Paolo Maldini. Quando sono arrivato a Milano e ho visto che, pur non essendo un ragazzino, andava sempre a 300 all’ora ho capito perché il Milan vinceva sempre e noi alla Lazio ci aggrappavamo a un sacco di scuse per giustificare gli insuccessi».
Il giocatore con cui ha discusso di più?
«Seedorf. Abbiamo avuto tanti scontri, ma le nostre liti erano sempre per il bene del Milan. Siamo molto amici, una volta doveva andare a Los Angeles e mi ha lasciato suo figlio a Miami per tre giorni».
Come vede Gattuso nei panni del ct?
«La ferocia di Rino non va mai in pausa: anche in vacanza invece di rilassarsi in spiaggia va a correre come un matto. Ora vengo apposta in Italia a Bergamo la prossima settimana per sostenerlo».
Riuscirà a portarci al Mondiale?
«Con il suo entusiasmo contagerà i giocatori. Non possiamo non qualificarci ma gli azzurri devono assumersi le responsabilità e capire che devono tenere in salute il calcio italiano».
Come lei nel 2006. Il suo rapporto con Lippi?
«Grandissimo anche se non era partito bene. Al primo raduno sorrido mentre Zambrotta fa una battuta. Il mister mi riprende davanti a tutti, ci resto male. Però, quando i miei compagni andarono a ricevere gli onori dal Presidente della Repubblica Napolitano, mi chiamò e mi fece sentire in diretta la cerimonia. Ero giù di corda perché mi ero infortunato presto al Mondiale e sentivo meno mio il successo».
Il legame con Ancelotti?
«Unico, lui rincuorava noi giocatori dopo la finale persa a Istanbul anche se dentro il suo cuore c’era l’inferno. Ora è alla guida di una Nazionale che ha pressioni al mondo come poche altre. Ma lui farà stare bene anche i giocatori del Brasile».
Allegri è l’uomo della riscossa del Milan?
«Quando l’ho avuto come tecnico ho discusso molto per il mio amico Pirlo: per me era inconcepibile che non fosse il perno della squadra. Per Max che arrivava da Cagliari non era facile entrare in uno spogliatoio di campioni che avevano vinto tutto ed erano a fine ciclo. Ora è molto più deciso, forte di tutte le esperienze e vittorie che ha ottenuto».
Chi la diverte ora?
«Il Como».
Il suo sogno è allenare la Lazio?
«Ma è matta? La mia qualità della vita precipiterebbe. Ho cominciato a girare per il centro storico di Roma quando ho smesso di giocare».
E da dove ripartirà?
«Aspetto una squadra dove ci sia progettualità».