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 2026  marzo 19 Giovedì calendario

Intervista a Maria Pollacci

Il suo primo bambino.
«Il 3 settembre 1945. Si chiamava Francesco».
Poi quanti altri?
«Più o meno 8000. L’ultima il 7 giugno del 2022; era in difficoltà, le ho salvato la vita».
Maria Pollacci interrompe il racconto, cerca una conferma da mostrare. Sposta fotografie, fiori, angioletti di porcellana. «Eccola!», sfoggia un sorriso contagioso. «Vede? Questa sono io con la piccola, e qui c’è il messaggio di gratitudine dei suoi genitori».
Siamo a Pedavena (Belluno). Questa donna dolce e minuta che parla e cammina lenta – 102 anni il prossimo settembre – qui è una celebrità. La chiamano tutti «l’ostetrica d’Italia» perché ha polverizzato ogni record con i suoi 8.000 bambini aiutati a nascere. Nel 2017 il pubblico di Sanremo l’ha applaudita commosso dalla sua storia. Nel 2019 il presidente Mattarella le ha messo al petto la medaglia di Cavaliera al merito della Repubblica. Non c’è famiglia, in questo Comune famoso per la birra, che non la conosca. Maria ci guida nel suo secolo di vita accanto a Giuliana, la donna che a giorni alterni si prende cura della sua casa per qualche ora.
Lei è nata e cresciuta a Lama Mocogno, sull’Appennino modenese. Che ci fa qui?
«Arrivai nel 1964. A quei tempi ogni Comune doveva avere una mammana, come chiamavano le ostetriche, e io sono diventata mammana di Pedavena passando un concorso. Venivo da anni in Trentino: a Povo e Sopramonte, che sono frazioni di Trento, e poi a Cles, nella Val di Non».
Perché scelse Ostetricia?
«Ero una ragazzina innamorata dei bambini e allora fu mia madre a dirmi: visto che li ami così tanto perché non ti iscrivi alla scuola di ostetricia? Così feci. Mi diplomai dalle mie parti nel 1945. Dopo i primi anni di lavoro a Montecreto, vicino a casa, nel 1950 ho vinto un primo concorso per il Comune di Trento e ho lasciato l’Emilia-Romagna».
Mentre lei studiava il Paese era in guerra. Cosa ricorda di quegli anni?
«La mia era una famiglia di mezzadri. Stavamo bene economicamente, la guerra ci è passata addosso senza stravolgerci la vita. Non ricordo di aver mai patito la fame o che qualcuno della mia famiglia sia mai stato in pericolo. Di tutto quel periodo rammento un solo episodio».
Ce lo racconti.
«Successe che un giorno mia madre mi mandò in paese a fare la spesa. Mentre camminavo sentii un lamento arrivare dal bosco che costeggiava la strada: era un militare tedesco che con la mano si teneva una gamba da cui perdeva sangue. Non ricordo più con che cosa, ma lo aiutai a stringere la gamba più in alto della ferita, per fermare il sangue. Parlava solo tedesco però ci capimmo: sarei andata al comando a chiedere aiuto per lui. I suoi corsero a salvarlo e io ero fiera di me, solo che...».
Solo che...
«Quando arrivai a casa mi aspettavano i partigiani. Volevano rasarmi i capelli, come si faceva con le donne che collaboravano col nemico. E allora ricordo che dissi: rasatemi pure ma per me quello è come voi altri. È stato costretto a partire per la guerra come voi siete costretti a combattere nei boschi. Ho aiutato lui come avrei aiutato uno di voi».
E come finì?
«Si guardarono muti, lasciarono correre».
Torniamo ai suoi bambini. Ha mai avuto difficoltà?
«Non mi è mai morto un bambino. Capivo sempre al volo se la donna era da mandare in ospedale, ma è successo pochissime volte. Non sono mai andata nel panico davanti a una manovra difficile, ai parti podalici o al mio unico parto trigemellare».
Cosa ricorda del suo lavoro nel dopoguerra?
«Il numero dei bambini che nascevano. Moltissimi, anche se le gente era povera. Ricordo inverni freddissimi, corse per arrivare in tempo sotto muri di neve. A volte dovevo scegliere chi assistere prima fra due partorienti... Le ostetriche erano rispettate al pari dei medici. Ricordo la gratitudine e i regali che ricevevo: salumi, verdure, le uova fresche, il formaggio di malga... Era un’altra Italia».
A proposito di cibo. Quale cibo l’ha portata a 102 anni?
«Pasti piccoli e regolari con cose semplici e gustose. In questi ultimi anni molta minestra. Verdure. Pochi dolci e ogni tanto un bicchiere di vino, purché sia buono»
Lei è famosa per l’episodio del circo...
«Sì, è stato a Cles nel 1961. Il circo era appena arrivato in paese e sotto un tendone aiutai una circense a partorire. Alla fine mi dissero: sarebbe bello poter presentare il piccolo al pubblico nella gabbia dei leoni. Chiesi: ma io che c’entro? Risposta: lei dovrebbe tenerlo in braccio. Credevo fosse una trovata inventata lì per lì e tornai a casa».
Ma non era una trovata.
«E no! Quando tornai a visitare la donna era tutto già pronto e la popolazione era stata invitata allo spettacolo. Dovetti dire di sì, e così entrai. Il braccio sinistro reggeva il bambino, il destro una coppa di bollicine».
È vero che la leonessa saltò giù dallo sgabello?
«Sì, quando stapparono la bottiglia. Il domatore mi disse: non si muova. Muoversi? Ero pietrificata! Quando lo venne a sapere, mio fratello Duilio mi disse: sei diventata matta? Però devo dire che, a parte il balzo della leonessa, non ho avuto paura. Ricordo di aver chiesto aiuto a Dio».
Com’è il rapporto con Dio?
«Siamo amici. Io sono credente, vado in chiesa. Gli ho chiesto un bel po’ di favori».
Per esempio quando?
«Ogni volta che mi sono sentita in difficoltà».
Con i parti, intende?
«Anche, sì. Per esempio ricordo una sera del 1951. Raggiunsi sotto mezzo metro di neve una donna che doveva partorire, a Sopramonte. Arrivata lì capii che era ancora presto per il parto ma per via della neve la corriera non poteva più circolare così fui costretta a rimanere per la notte. E per fortuna...».
Perché «per fortuna»?
«Perché mi sono accorta che i loro due bambini di 7 e 9 anni boccheggiavano. Ho capito subito che era colpa del monossido di carbonio per la stufa difettosa. Ho spalancato tutto, ho cominciato la respirazione al più piccolo, ho ordinato al padre di farla all’altro e ho pregato Dio di salvare quei bimbi. Alla fine ci siamo riusciti e all’alba è nato il terzo! Pensi che per i miei cent’anni quei due bimbi sono venuti a trovarmi».
A Sanremo come andò?
«Bene. Mi sono sentita una diva. Ma ero in pensiero per una donna che doveva partorire a Cortina. Quando mi hanno riaccompagnato a casa la donna ha cominciato le doglie, e allora mi sono fatta portare da lei direttamente dall’autista del Festival».
Lei ha ancora fratelli, sorelle, amici?
«Non più. Sono tutti morti e cerco di non pensarci sennò mi intristisco».
Ci sono state storie d’amore nella sua vita?
«Sì, tre. Con il primo ci dovevamo sposare ma è morto in un incidente stradale. Ho sofferto tanto. Poi gli altri due... Anche loro se ne sono andati, per malattie. Quindi a un certo punto ho detto basta alle storie d’amore».

Pensa mai al tempo che le resta?
«Penso solo alla vita, mai alla morte. Ma se lei volesse venire a prendermi, sono pronta! Sarebbe bello riposare nella cappella di famiglia che guarda la casa dove sono nata. Al mio amico Dio chiedo solo un ultimo favore: che mi faccia morire tranquilla».