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 2026  marzo 19 Giovedì calendario

Rissa tra star e podcaster Maga

Le dimissioni di Joe Kent, l’ex capo del Centro antiterrorismo, che ha accusato l’amministrazione Usa di aver attaccato l’Iran su pressione di Israele e di commentatori pro-guerra americani, hanno riacceso i riflettori sulle divisioni nel movimento Maga (Make America Great Again) sul conflitto.
Finora le critiche aperte nella destra si sono limitate a un paio di repubblicani al Congresso e a un paio di podcaster, ex presentatori di Fox News, Tucker Carlson e Megyn Kelly. Entrambi hanno però un seguito mediatico enorme, superiore a molti canali tv tradizionali, e anche se Brendan Carr, il capo della Federal Communication Commission mantenesse la minaccia di togliere le licenze tv ai media «poco patriottici» nella copertura della guerra, ciò avrebbe impatto scarso o nullo su Kelly e Carlson. «È difficile dirlo, ma non sono stati gli Stati Uniti a prendere questa decisione. È stato Benjamin Netanyahu», ha detto Carlson parlando della guerra in Iran sul suo Tucker Carlson Show lanciato dopo essere stato licenziato da Fox News.
Carlson, che ieri sera ha intervistato Kent del quale è amico, ha attaccato in passato presentatori di Fox News come Mark Levin e Sean Hannity per le loro posizioni pro-guerra.
Carlson continua a sostenere Trump («Lo amerò qualunque cosa dica di me»), proprio come Megyn Kelly, che sul canale tv Sirius XM e su YouTube conduce il terzo podcast di destra più seguito dopo Ben Shapiro e Jordan Peterson, e ha detto: «Appoggio il presidente, ma ciò non significa accettare un’altra guerra in Medio Oriente senza porre domande». Ma Trump ha sminuito le loro critiche: «Loro non sono Maga; Maga sono io».
Carlson dice che i «neocon» ora vogliono «distruggere» Kent, che comunque ha accettato di partecipare al programma radio di Levin che l’ha invitato dopo aver scritto su X: «Sono stati “gli ebrei” a far divulgare a Joe Kent informazioni classificate? …Lo hanno convinto loro a pugnalare alle spalle il nostro presidente e scrivere una lettera che i nostri nemici useranno come propaganda? Lo hanno fatto diventare loro suprematista e antisemita? E gli hanno fatto fare interviste con programmi neonazisti?». Levin ha anche accusato Kent di aver rivelato a Carlson di un suo incontro con Trump. Il 4 giugno scorso Carlson twittò che Levin era alla Casa Bianca, «a fare pressione per la guerra con l’Iran… Perché Mark Levin si sta ancora una volta agitando per le armi di distruzione di massa? Per distrarre dal reale obiettivo, il cambio di regime: giovani americani da mandare di nuovo in Medio Oriente a rovesciare un altro governo».
Così, parallelamente alla guerra in Iran, Trump si è trovato a gestire la guerra tra queste star. Quando Levin ha criticato Kelly per non aver appoggiato la guerra in Iran, lei lo ha accusato di avere un «micropene», lui ha ribattuto che è «oscena e petulante». E domenica Trump ha scritto un post su Truth per difendere Levin: «un Grande Patriota Americano» «sotto assedio» da «persone di intelletto, capacità e amore per il Paese assai minori». Ma non ha placato Kelly: «Mark Micro-pene» è un «uomo di tale piccolezza» da «correre da presidente per farsi dare una pacca sulla testa (nel bel mezzo della guerra!)».
Per ora i sondaggi danno ragione a Trump: il 90% dei repubblicani Maga (più dei repubblicani tradizionali) appoggia la guerra in Iran anche se infrange le sue promesse elettorali, perché «Maga» non è tanto una serie precisa di principi quando un movimento organizzato intorno a Trump. Inoltre, la messa in scena del potere militare americano ha un forte appeal sulla base, purché il risultato sia che l’America ne tragga beneficio (come in Venezuela). Il tempo dirà se la base resterà con lui. Di certo quello che gli alleati Maga temono di più sono due cose: l’aumento prolungato del prezzo della benzina; e che la situazione a Hormuz lasci a Trump un unico modo per reclamare la vittoria: inviare i soldati sul terreno. Per questo il vicepresidente JD Vance, notoriamente anti-interventista, ha assicurato ieri che la Casa Bianca sa che la gente è in difficoltà per il prezzo della benzina, ma è «una guerra temporanea» e il «presidente non vuol coinvolgerci in pantani di lungo periodo».