Corriere della Sera, 19 marzo 2026
Gabbard smentisce Trump
Non si spegne il rancore di Donald Trump verso gli «alleati» (le virgolette sono sue) che non hanno risposto «sì» alla sua richiesta di intervenire per garantire alle petroliere un passaggio sicuro attraverso lo stretto di Hormuz. Peraltro, a leggere i suoi post su Truth, Trump non ha bisogno di alleati e neppure di sbloccare lo stretto di Hormuz: «NON CI SERVE L’AIUTO DI NESSUNO», ha scritto due giorni fa, mentre ieri ha minacciato che, quando avrà «finito di occuparsi dello Stato terrorista iraniano», potrebbe lasciare la responsabilità di mantenere sicuro lo Stretto ai suoi sfuggenti «alleati» che lo usano per approvvigionarsi di petrolio e ha poi specificato: «Noi non lo usiamo». Eppure, anche ieri il presidente ha aperto la sua «giornata social» postando messaggi di critica ai Paesi «alleati».
In uno di questi, il Regno Unito, re Carlo sta valutando se sia opportuno andare in visita negli Usa, dove era atteso in aprile, dopo che il «suo» premier Keir Starmer è stato a più riprese bistrattato dal presidente americano, che di lui ha detto che «non è certo Winston Churchill…».
Ma ieri era anche il giorno in cui Trump è dovuto andare di nuovo in Delaware – c’era già stato lo scorso 7 marzo per la stessa triste incombenza – dove sono giunte le salme dei sei soldati morti nello schianto dell’aerocisterna Kc-135 avvenuto in Iraq. Le vittime americane della guerra sono in tutto 13.
Nel frattempo, la guerra all’Iran si ripercuote anche all’interno dell’amministrazione in cui molti sono costretti a continue acrobazie per adeguarsi alle giravolte del presidente. È il caso di Tulsi Gabbard che guida l’intelligence degli Stati Uniti. In una dichiarazione scritta, aveva affermato che, con l’operazione Midnight Hammer di giugno, «il programma di arricchimento nucleare è stato annientato» e che l’Iran «non ha fatto alcuno sforzo per cercare di ricostruire la sua capacità di arricchimento». Ma ieri, durante un’audizione davanti a una commissione del Senato, interrogata sul perché nel suo intervento a voce avesse omesso quel passaggio che smentiva il presidente sul fatto che l’Iran rappresentasse una minaccia immediata, prima ha glissato è poi si è rifugiata dietro all’opinione di Trump: «L’unica persona che può determinare che cosa sia o no una minaccia è il presidente».
Si tratta di una prudenza comprensibile in un momento in cui la tensione all’interno della galassia Maga è palpabile e molti temono di perdere il posto com’è già successo alla segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem. Sempre ieri, in un’altra audizione al Senato, proprio Markwayne Mullin, l’ex campione di Mma scelto da Trump per sostituire Noem, si è dovuto sottoporre a uno scrutinio molto ruvido (che continuerà oggi) soprattutto da parte del presidente della commissione che deve valutarne il profilo, il suo compagno di partito Rand Paul, con cui ha un’antica ruggine. Ma, al di là dei diverbi personali con Paul, Mullin ha dovuto comunque ritrattare le opinioni che aveva espresso a caldo sulla pericolosità di Alex Pretti, il manifestante ucciso dall’Ice a Minneapolis lo scorso gennaio.