Corriere della Sera, 19 marzo 2026
Può funzionare la strategia israeliana della «decapitazione»?
Ogni giorno l’Iran subisce 500 e più raid aerei, ogni giorno muore un vertice del regime e ogni giorno la sfida a Israele e America è uguale o più dura. «Non saremo noi a chiedere di negoziare» dice il ministro degli Esteri. «Israele e Stati Uniti si devono inginocchiare e pagare i danni» dice la nuova Guida suprema. Ad ascoltarli sembra che tagliare la testa del serpente non serva un granché. L’Iran assomiglia più a un’idra: per ogni testa che perde ne spuntano due.
Secondo gli analisti, Teheran conta sul fatto che Stati Uniti e Israele si stanchino. Il blocco dello Stretto di Hormuz aumenta il prezzo del petrolio e rende la guerra più faticosa per gli Usa e i suoi alleati. Non protegge né i comuni iraniani, né i leader della teocrazia sciita uccisi uno dopo l’altro, ma innervosisce i mercati, strema i Paesi del Golfo, esaspera la base elettorale trumpiana. Gli ayatollah resistono senza contraerea, con una moria di leader impressionante, eppure non accennano a chiedere clemenza. Sta vincendo chi uccide o chi viene ucciso? La strategia della decapitazione funziona?
Il presidente Trump è sempre ottimista, ma anche contraddittorio. Una volta mancano pochi giorni alla sconfitta iraniana, un’altra qualche settimana, un’altra ancora fino a che ci sarà bisogno. Fuori dalla Casa Bianca ci sono almeno due scuole di pensiero. Quella americana ed europea è dubbiosa, se non critica. «La decapitazione dei vertici rischia di produrre un regime più ferito, ma più paranoico e pericoloso» dice Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace. Uno dei più ascoltati analisti sull’Iran, Vali Nasr, è sulla stessa linea: eliminare i vertici porta a maggior radicalizzazione. Altri pensano che l’idea stessa della guerra sia sbagliata. Un amico di Israele come l’ex ambasciatore Usa a Gerusalemme Dan Shapiro ripete che Trump deve dichiarare vittoria e andare a casa. L’attacco all’Iran è la guerra più impopolare tra gli americani di tutte quelle combattute dagli Usa negli ultimi 70 anni. Il supporto varia dal 27% al 44%.
La scuola israeliana è più sicura dell’andamento del conflitto. Non a caso l’appoggio alla guerra è speculare a quello americano: supera l’80% e ciò nonostante il Paese sia colpito da qualche missile iraniano. A differenza che a Washington, in Israele il cambio di regime non è mai stato il principale obiettivo per la guerra preventiva. L’obiettivo di Israele e degli israeliani è aumentare la propria sicurezza.
Sarit Zehavi è una tenente colonnello della riserva israeliana. Per 15 anni nell’intelligence militare è tra i 50 israeliani più influenti del Paese secondo il Jerusalem Post. «Noi israeliani— dice – sappiamo per esperienza che le idee sopravvivono alle persone che le sostengono».
L’esempio di Gaza è illuminante. L’Idf, le Forze di Difesa Israeliane, hanno avuto il tempo di eliminare tutti i capi conosciuti di Hamas. Li aveva a pochi chilometri, imprigionati in uno spazio ridotto, sotto l’occhio dei droni, a portata di antenne di intercettazione digitale. Li trovava e li uccideva. Le condizioni per applicare questa stessa tattica in Iran sono diverse. Il Paese è enorme, la distanza per andare a colpire supera i 1.700 chilometri. «Ma anche se le condizioni tattiche fossero uguali – dice Zehavi – potevamo sperare, ma non aspettarci di far cadere il regime dal cielo. A Gaza, infatti, sono morti i capi, ma Hamas governa ancora oggi». Stessa esperienza nella battaglia ad Hezbollah. Dopo 4 mesi di bombardamenti, dopo il trucco dei pager esplosivi, dopo l’omicidio mirato del leader Hassan Nasrallah e di tutta la prima fila di comandanti, Hezbollah è ancora vivo e combatte.
«Un esempio di vittoria per noi – spiega Zehavi —, viene dalla guerra contro lo Stato islamico, l’Isis. Come Hamas, Hezbollah e l’Iran è ancora in piedi nonostante centinaia di capi eliminati. Ci sono ancora miliziani Isis che vorrebbero distruggere Israele. La vittoria è consistita nel fatto che hanno perso la capacità statuale di sostenere militarmente le loro idee. Ecco, ad Israele basta togliere le risorse al trio Iran-Hezbollah-Hamas. Poi se dopo le decapitazioni a Teheran cambierà anche la testa del regime, meglio: avremo un alleato in più. Altrimenti sarà comunque un successo. Ci basta indebolire l’impalcatura economica di chi vuole distruggere lo Stato ebraico».