Corriere della Sera, 19 marzo 2026
Iran e Golfo: missili sul gas. Ucciso un altro ayatollah
Unhappy New Year. Finisce stasera il più cupo Ramadan che il Golfo ricordi. Si celebra domani il peggiore dei Nowruz, il capodanno persiano di questo infelice 1405 che arriva. Tutto in una notte: mai così buia e assassina, in mezzo a fuochi di sacrificio. I più alti, devastanti e pericolosi s’alzano all’alba dalle pipeline e dal gigantesco giacimento di gas naturale a South Pars, vicino a Bushehr. Non è un giacimento qualsiasi: è il più grande del mondo. E soprattutto non interessa solo Teheran: attraverso il Golfo, è condiviso anche col Qatar e con gli Emirati arabi. Finora, il presidente americano Donald Trump aveva vietato un attacco diretto alle casseforti energetiche iraniane. Evidentemente, ha cambiato idea. S’è voluto «trasmettere un messaggio», spiega una fonte israeliana: «O viene sminato e riaperto lo Stretto di Hormuz, oppure distruggeremo tutto l’impianto». L’Israel Air Force ha colpito duro e i primi a spaventarsi sono stati gli alleati degli Usa: «Irresponsabili», protestano con Washington e Tel Aviv le petromonarchie. Si vedono già, i primi danni degli attacchi all’energia: l’Iraq che rimane senza gas, i pescatori thailandesi che fermano tutte le barche per i prezzi esorbitanti del gasolio, la Corea del Sud e il Bangladesh e Taiwan che stanno tornando al carbone, la compagnia aerea svedese Sas che ad aprile cancellerà mille voli, la multinazionale tedesca Basf che aumenta del 30% i prezzi dei suoi prodotti... «Le conseguenze saranno imprevedibili, è il vostro suicidio politico», mastica vendetta l’Iran: poche ore e la rappresaglia numero 62 dei Pasdaran s’abbatte su Tel Aviv (due morti) e perfino sui palestinesi di Hebron (due donne uccise in un salone di parrucchiere), quindi sui depositi in Arabia Saudita e infine su Ras Laffan, in Qatar, nel più grande impianto al mondo di gas liquefatto. Lo scopo è mettere a rischio un quinto della produzione mondiale di Gnl: «Siamo al punto zero – dice Teheran —. Ora la guerra si sposta verso una guerra economica su larga scala»
Economica o no, una guerra totale. Colpito un pozzo, se ne incendia un altro. E morto un capo, se ne ammazza un altro: «Nessuno in Iran gode d’immunità – avverte Israel Katz, ministro della Difesa —, tutti sono nel mirino». Il governo iraniano «resta al potere», ammette Tulsi Gabbard, dell’intelligence Usa, «ma è significativamente indebolito». A Teheran si celebrano i funerali solenni e affollati d’Ali Larijani, l’ultimo uomo forte sepolto da un razzo israeliano. Le prefiche non fanno in tempo a cantare gli eulogi – «i martiri ci aprono la strada, sono diventati più vivi, ardenti d’amore!» —, quando salta in aria il nuovo cadavere eccellente: il ministro dell’Intelligence, Esmail Khatib, 65 anni. Gli americani lo braccavano da quattro anni, offrendo una taglia da 10 milioni di dollari. Khatib ha raggiunto nel paradiso dei martiri il suo mentore, Ali Khamenei, la Guida Suprema, e pochi lo piangono: da capo degli 007, a lui spettavano le repressioni più sanguinose e fu lui a ordinare quella del 2023, dopo l’uccisione della giovane Mahsa Amini. C’era lui anche un anno fa, dietro l’arresto dell’iraniano con passaporto svedese Kourosh Keyvani, accusato d’avere fornito al nemico «immagini sensibili» durante i dodici giorni dei raid israeliani. Keyvani è stato impiccato proprio ieri, all’alba, e la stessa corda potrebbe toccare presto a un altro cittadino scandinavo, Ahmadreza Djalali, docente universitario che per tre anni ha insegnato a Novara. A nulla sembrano servire le pressioni dei governi europei: le presunte spie «al servizio dell’Entità Sionista», arrestate a centinaia nelle ultime settimane, stanno diventando l’ossessione d’un regime in apnea.
A spaventare, e non solo l’Iran, è l’incertezza degli obiettivi. Che per Usa e Israele non sono gli stessi: «Loro hanno altre priorità – confida un funzionario americano ad Axios – e lo sappiamo. Loro odiano il governo iraniano molto più di noi». Secondo il New York Times, Trump avrebbe in mente «la più rischiosa impresa della storia americana, ben più dell’uccisione di Bin Laden o della cattura di Maduro»: sequestrare l’uranio iraniano nascosto sotto i monti d’Isfahan. I blitz in Iran non han mai portato bene alla Casa Bianca (ricordate Tabas 1980?), ma Trump è deciso: «Khaneh-tekani», fare pulizia in casa, come raccomanda il capodanno persiano.