Avvenire, 18 marzo 2026
Ecuador, Noboa schiera 70mila agenti (e il Fbi) contro le gang
L’Ecuador «non può vincere da solo» nella guerra contro i narcos – ha detto il presidente Daniel Noboa, parlando alla catena messicana Univisión – ma ha bisogno degli Stati Uniti, «l’esercito più potente del mondo». Interpellato sul “perché”, Noboa sostiene che Caracas, ora protettorato Usa, ospiti ancora «cellule di Hezbollah, Hamas e della Guardia rivoluzionaria iraniana», operative anche in Colombia ed Ecuador dove «addestrano cartelli e gruppi narcoterroristi locali». Il cortocircuito non regge, ma serve a dire: «Se loro lavorano insieme, anche noi dobbiamo farlo». E sui tempi: «Finché sarà necessario, fino a restituire la pace agli ecuadoriani».
Per il momento la sua politica di «mano dura» non ha portato i risultati attesi. Anzi, gli omicidi sono pure aumentati: circa 9.300 nel 2025, quasi 46 ogni 100mila abitanti. Domenica è entrato in vigore un altro coprifuoco. Il nono, dal 2022. Dispiegati 75mila agenti, tra Polizia nazionale e Forze armate, nelle province di Guayas, El Oro, Los Ríos e Santo Domingo de los Tsáchilas. Nessuno per strada dalle 23 alle 5. Il ministro dell’Interno, John Reimberg, ha annunciato pene «da uno a tre anni» di reclusione per chiunque trasgredisca il provvedimento. Reimberg non vuole «persone per strada, che sfidino il coprifuoco» e chiede alla cittadinanza «calma» e «serenità» in caso di scontri diretti tra agenti e gang. Le operazioni colpiranno «direttamente i gruppi criminali», sostiene il ministro dell’Interno, esortando i cittadini a non preoccuparsi: «È tutto sotto controllo». Trascorsa la prima notte il ministero dell’Interno ha parlato di «alcune detenzioni», senza fornire ulteriori dettagli. L’offensiva di Noboa e il suo asse con gli Stati Uniti non convincono Movimenti sociali e “Colectivos”, che due giorni fa sono scesi in piazza, a Quito.
«Contestiamo le politiche antipopolari di un governo che ha deciso di agire in funzione degli interessi delle oligarchie, seguendo i dettami del Fondo monetario internazionale e dell’imperialismo Usa», ha commentato José Escala, leader sociale presente alla manifestazione. Fonti temono che la stretta securitaria conduca il Paese a una deriva autoritaria, sotto la lente degli Usa. In parte sta succedendo, con la perquisizione della sede di Revolución ciudadana – il primo partito di opposizione, fondato dall’expresidente Rafael Correa – sospeso per nove mesi dall’attività politica. «Lo abbiamo appreso dai social: non abbiamo neppure ricevuto una notifica», ha lamentato la presidente del partito, Gabriela Rivadeneira, parlando a El País.
Preoccupa anche il Memorandum d’intesa Washington-Quito, annunciato mercoledì, che apre alla «presenza permanente» di agenti del Fbi nel Paese sudamericano. L’accordo si pone in continuità con la coalizione militare Shield of the Americas, nata qualche settimana fa a Miami, in ottica di contrasto al «narcoterrorismo». La linea, spiegata allora dal consigliere Usa Stephen Miller – in un discorso simile a quello di Noboa –, è quella di trattare i cartelli come «l’Isis dell’America Latina» senza cedere «neppure un millimetro» ai «nemici esterni». Esperimento egemonico che trova a Quito un primo laboratorio.