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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

Il Pentagono arruola una task force di banchieri

Il Pentagono si prepara a scendere in campo come investitore istituzionale, con un’operazione che segna un cambio di paradigma nel rapporto tra difesa, finanza e politica industriale. Secondo quanto riportato da Semafor, il Dipartimento della Difesa statunitense sta costruendo una task force composta da banchieri d’investimento con esperienza nel private equity, con l’obiettivo di allocare fino a 200 miliardi di dollari in tre anni in operazioni strategiche per la sicurezza nazionale.
L’iniziativa risponde a una duplice esigenza. Da un lato, accelerare la capacità degli Stati Uniti di finanziare tecnologie critiche – dall’intelligenza artificiale ai semiconduttori, fino alla difesa avanzata – in un contesto di crescente competizione con la Cina. Dall’altro, superare un limite operativo che negli ultimi anni si è fatto sempre più evidente: la difficoltà nel trasformare le ingenti risorse pubbliche disponibili in deal concreti.
Per questo il Pentagono guarda direttamente a Wall Street. Nel mirino del reclutamento ci sono professionisti provenienti da grandi banche d’affari, con competenze nella strutturazione di operazioni complesse e nella gestione di capitali su larga scala. Un briefing circolato tra i cacciatori di teste sottolinea la portata dell’opportunità: la possibilità di investire più capitale di quanto molti operatori impieghino nell’intera carriera.
L’operazione si inserisce in una visione più ampia promossa dall’amministrazione Trump, che da tempo punta alla creazione di un veicolo assimilabile a un fondo sovrano. Il modello di riferimento è quello dei Paesi del Golfo e di alcune economie asiatiche, dove il capitale pubblico viene utilizzato in modo strategico per rafforzare il posizionamento geopolitico e industriale.
In questo schema, il confine tra pubblico e privato si fa più sottile. Il capitale governativo non si limita a finanziare programmi, ma diventa leva attiva per orientare il mercato, selezionare campioni nazionali e influenzare le catene globali del valore. Il ricorso a professionisti del private equity risponde proprio alla necessità di operare con logiche di mercato, velocità decisionale e capacità di esecuzione tipiche degli investitori istituzionali.
Resta tuttavia aperta una questione di fondo: fino a che punto un approccio finanziario può integrarsi con le logiche della sicurezza nazionale senza generare distorsioni? La sfida per Washington sarà trovare un equilibrio tra efficienza del capitale e controllo strategico, in un contesto in cui la competizione con Pechino si gioca sempre più sul terreno degli investimenti e dell’innovazione.