il Giornale, 18 marzo 2026
La poesia di Davide Rondoni per non arrendersi allo scontento
L’uscita di Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni (Garzanti, pagg. 180, euro 19,00) appartiene a quel genere speciale di accadimenti poetici che invitano a ripensare una volta di più al senso stesso di questa parola enigmatica, “poesia”. È a nostro avviso il libro più bello del grande poeta forlivese, quello in cui i tempi di esposizione della parola hanno potuto godere di maggior esattezza.
La poesia è una voce particolare che è al tempo stesso una voce universale; è qualcosa che, a ogni timbro nuovo, ci consente l’affaccio su un panorama antico come il mondo.
Le personalità, le culture, le poetiche si moltiplicano nella storia della letteratura, e il poeta, l’uomo-poeta, è chiamato a scegliere, perché la vita è un susseguirsi di scelte, e la poesia è un’azione della vita: nessun poeta può dire “Dante e Petrarca per me sono lo stesso”, perché l’opzione poetica è d’obbligo: tutti viviamo nella divisione, nessuno è esente dall’aut-aut.
Ma tutto questo – ossia le nostre dispute, beghe, contrasti, ripicche letterarie – ha al tempo stesso lo scopo di intercettare, secondo percorsi che non possono quasi mai essere ripetuti, quell’unica voce, quella sostanza totalmente non-nostra, che è la poesia. È come andare a trovare qualcuno che conosciamo da sempre, oppure qualcuno che incontriamo per la prima volta, e trovarci un ospite inaspettato.
Certo, la poesia non si trova soltanto nei libri di poesia. La trovi in un incontro, una sera, oppure in un passaggio di Brahms diretto da Tizio (ma non da Caio), nell’ultimo sguardo di una donna che non rivedremo più, e nel quale ci scopriamo coinvolti per sempre. Lo trovi nelle manine di un bambino, in una Rsa parlando con un’infermiera africana...
Insomma, la poesia è quella ragione per cui Hölderlin scrisse “ciò che esiste lo fondano i poeti”, e non era pazzo a quel tempo.Sicuramente, però, un grande libro di poesia non si accontenta dell’apparire momentaneo di questa improvvisa luce: va, anzi, a caccia di essa, affrontando la bestemmia di voler catturare il non-catturabile, correre sulle sue tracce perché avendolo visto, essendoci passato accanto, il poeta sa di non poter più vivere senza di esso.
Dante lo chiama Amore, e questo è il suo nome.
Ora, tutto quello che ho detto qui sopra, pur nella sua approssimazione (che non si potrò mai evitare) nasce dalla lettura del libro di Rondoni. Sette canti, sette tracce, sette tappe di un vagabondaggio necessario lungo una scia di una luce non scontata: un cammino storico, costellato di occasioni, eventi, incontri, cene o aperitivi, voli transoceanici, passeggiate, nomi propri canditi dentro un istante simile a tanti altri, pagine di una lotta contro i bilanci che in un modo o nell’altro si presentano alla nostra vita fallace per natura, all’alba di giorni bui, a ricordarci che non siamo all’altezza del nostro progetto.
Perché la voglia di finirla con un colpo alla testa esiste, non ci pensi ma esiste, lo sapeva Shakespeare, lo sapeva Foster Wallace. È lo Scontento, inevitabile più delle disgrazie, e che un uomo può scambiare per il Destino stesso (destinati alla tomba, all’oblio, al disinganno) se non fosse per quella luce non-nostra, per quella voce che troviamo dentro di noi e che non siamo noi: un ospite che viveva nella nostra casa (l’io) prima che l’io esistesse: un grido che non ci appartiene, anche se ne siamo fatti fin dalle fondamenta. Contro lo Scontento assassino il peccato più grande è quello di stare fermi, seduti su quelle che chiamiamo le nostre quattro certezze, le nostre cosiddette conquiste: le nostre cose (Clemente Rebora le chiama “le riserve caduche").
Nella poesia finale di questo grande libro leggo questi versi, che vorrei fare miei: “Io sono sulla strada/ e ho passato viali, portici deserti/canneti torridi fruscianti, ho decifrato/ nomi meravigliosi nella voce/ di conchiglie mormoranti// non mi sono fermato, / sono sulla strada, mi vedi? // ma tu sei l’amore/e io sono sulla strada ed è già sera// ti raggiungerò mai, mio unico cielo che rende/ la vita vera? // ci sono posti chiamati città del sole/ o monti per raggiungere le lune/ e grandi cascate della felicità// ma io passo riflesso sui veri del treno/ per cercare il tuo viso, solo/ il tuo bellissimo viso”.