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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

A tavola e in giardino con gli scrittori

Honoré de Balzac si alzava a mezzanotte e scriveva fino all’alba bevendo caffè a litri, nutrendosi di quasi niente, “per non affaticare il cervello con la digestione”. Poi, finito il lavoro, si abbandonava a banchetti pantagruelici: un centinaio di ostriche annaffiate da fiumi di vino bianco, costolette d’agnello, anatroccolo alle rape, pernici arrosto, sogliola alla normanna. Roald Dahl impazziva per i KitKat, li sgranocchiava ogni giorno e appallottolava l’involucro di carta argentata per farne fermacarte. Franz Kafka era vegetariano, convinto che il digiuno lo aiutasse a scrivere. I suoi personaggi hanno sempre fame, ma di un “nutrimento sconosciuto” che non trovano mai: ne Il castello, i pretzel ai semi di cumino li sgranocchia Momus, il segretario del potere; K., il suo alter ego, non li assaggia nemmeno. Eppure Kafka i pretzel li cucinava davvero, insieme alla torta di mele. Ernest Hemingway impara dal padre medico a cacciare, pescare e cucinare all’aria aperta, sviluppando quel senso fisico della natura che avrebbe poi trasfuso in ogni riga. Dall’altra parte, Frances Hodgson Burnett rimette in sesto un podere nel Kent, spesso citato come fonte d’ispirazione per Il giardino segreto. C.S. Lewis, autore de Le cronache di Narnia, rimane folgorato da una “foresta giocattolo” che suo fratello aveva costruito su un coperchio di latta di una scatola per biscotti, con muschio, fiori e ramoscelli: “Fu la prima cosa bella su cui si posarono i miei occhi”. E poi il giardino di Manderley di Daphne du Maurier, con la Valle Felice dove fioriscono rododendri dai toni pastello e azalee il cui profumo si trasforma, pagina dopo pagina, in un presagio funesto.
Cibo e giardini – due modi diversi di fare la stessa cosa: cercare un contatto con il mondo attraverso la terra e i sensi – sono al centro di due libri appena pubblicati dall’Ippocampo. Volumi che si sfogliano con piacere anche solo per la qualità delle immagini, ma che hanno un’idea chiara: riportare gli scrittori al gesto concreto, alla manualità, alla fame, al fango sotto le unghie. In A tavola con gli scrittori l’innesco è un progetto nato nel 2017 sulla Paris Review: associare a ogni grande classico un piatto, cucinarlo, metterlo alla prova. L’intuizione arriva leggendo Nikolaj Gogol’: nella sua Notte prima di Natale il diavolo fa volare ravioli fumanti nella bocca di un personaggio. Da lì racconto e ricetta cominciano a specchiarsi.
Il libro costruisce una galleria di ritratti – da Maya Angelou a Han Kang, da Jane Austen a Truman Capote – ciascuno accompagnato da un piatto. Non è un ricettario travestito da saggio né un saggio con alibi gastronomico: il cibo diventa un accesso laterale alla biografia e al carattere. Angelou trovò fiducia cucinando; Joan Didion fece della perfezione domestica una forma di disciplina; Colette viveva il piacere della tavola con la stessa franchezza riservata al sesso. Capote è riassunto dal Chicken Hash del Plaza Hotel: una variante goduriosa del piatto nel ristorante newyorkese dove amava esibirsi. All’opposto, Irving Stone si attenne per 35 anni al “pranzo ideale dello scrittore”: due fette di pane bianco con una sottiletta, tostate; nei giorni di festa, qualche minuto in forno. Una monotonia che racconta più di qualsiasi dichiarazione di poetica.
Se il cibo restituisce gli scrittori alla dimensione del corpo, Giardini letterari sposta lo sguardo all’esterno. Sandra Lawrence, con le illustrazioni di Lucille Clerc, attraversa trenta giardini della letteratura mondiale: dal Giardino segreto di Burnett a Manderley in Rebecca, dal mondo capovolto di Alice di Lewis Carroll al Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, fino a Kew Gardens di Virginia Woolf. In letteratura, un giardino non è mai soltanto un giardino. Mary Lennox, protagonista del romanzo di Burnett, diventa tollerabile quando affonda le mani nella terra. A Manderley, la Valle Felice è più inquietante di qualsiasi fantasma: la bellezza si rivela una trappola. Dai Finzi-Contini le alte mura custodiscono un mondo ebraico chiuso e prezioso che i fascisti stanno per distruggere: Bassani elenca con tenerezza ogni albero abbattuto. Nel Giardino incantato di Italo Calvino, due bambini si infilano carponi in una siepe e sbucano in un parco magnifico e proibito: una villa sullo sfondo, domestici invisibili, una piscina, un gong che risuona per sbaglio. La meraviglia convive con il timore di essere scoperti. Woolf, in Kew Gardens, ribalta la prospettiva e lascia che sia un’aiuola a fare da testimone ai passanti – un uomo che ricorda una proposta di matrimonio, un vecchio che parla con i morti, due giovani donne che pensano al tè – trasformando il giardino in un palcoscenico dell’umano.