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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

La lettera inedita dello smemorato di Collegno

«Al molto caro Giovanni Ratti», scrive lo Smemorato al suo compagno di camera e di sofferenza nel manicomio di Collegno. Quando gli chiedevano chi era davvero quello sconosciuto che non ricordava più nemmeno il suo nome, lui che gli era stato vicino a lungo rispondeva senza esitazione: «Canella, non c’è nessun dubbio. Era un uomo di grande cultura, un professore dall’aria cattedratica, non poteva essere un tipografo truffatore, arrestato come un ladro qualunque». Tutte le evidenze della cronaca, si sa, dicevano il contrario, che era Bruneri. Ma Franco Branciforte ascoltava i suoi racconti ed era un ragazzino che non sapeva niente di quella storia. E leggendo la cartolina vergata da quello sconosciuto paziente ricoverato a Collegno con il numero 4470, ne capiva ancora meno: «Chi conosce l’anima di costui? Edizione riservata ai cari che la conoscono. Qui. Con molto affetto». Firmato «L’Inconnu?», lo sconosciuto, con un grosso punto interrogativo. La data è quella del 4 febbraio 1927. Soltanto un mese dopo, il 27 febbraio, Giulia Canella lo riconobbe come suo marito. «È lui! È lui!», urlò in ginocchio. E a quelli che avanzavano qualche dubbio, rispondeva piccata: «Vuole che non riconosca mio marito?».
 
Forse è per questo che il suo compagno di camera si convinse. Giovanni Ratti era un giovane socialista, peccato mica tanto veniale in quegli anni di democrazia sospesa. Aveva un diploma di scuola media superiore e la passione del disegno. Faceva vignette, caricature del Duce e sfottò, da distribuire agli amici, visto che nessun giornale gliele avrebbe mai pubblicate. Mal gliene incolse. Le camicie nere piombarono a casa sua, gli sfasciarono l’appartamento, dettero fuoco a tutti i suoi disegni e lo portarono in manicomio. Ci restò sette anni, un po’ più dello Smemorato, che godette dell’amnistia per il decennale della Marcia su Roma. Ma Bruneri, o Canella che fosse, era difeso dall’avvocato Roberto Farinacci, segretario del Partito fascista fino al 30 marzo ‘26, non aveva il timbro del socialista marchiato in fronte e non si inventava vignette sarcastiche sul Duce. Però voleva bene a questo disgraziato compagno di viaggio. Glielo testimonia in una lettera: «"Le piccole idee, i fragili meschini sentimenti, vestiti con grandi frasi, fanno pensare a quei bimbi che sono abbigliati con abiti troppo lunghi”. Ebbene, le assicuro, caro Ratti, che in questo momento non so trovare parola o frase acconcia ad esprimere quanto di tenero, di sincero, il mio cuore e la mia anima vorrebbero, onde porgere i migliori auguri per il 1927. Una cosa però le dico (nella lettera c’è un errore, è scritto gli dico, ndr), che so arrecherà molto piacere: sappia che non trascorre alba o tramonto (angelus et Ave Maria) senza che io invochi assieme al bene mio dal cielo, il bene che lei merita. Questa sera, tramonto e fine dell’anno 1926, cotesta invocazione salirà più fervida ancora, non solo per lui (altro errore, lui al posto di lei) e la sua felicità, ma anche per la felicità dei suoi genitori e delle sue care sorelle. La bacio in fronte. E questo bacio purissimo che gli invio (al posto di le invio, ndr) gli dica (come prima) tutta la purezza del mio sentimento verso lei. Sursum corda! Affettuosamente». Firmato: L’Inconnu.
La lettera ha uno stile un po’ ridondante, anche professorale, ma gli errori ripetuti di grammatica possono lasciare il dubbio che l’abbia scritta davvero un docente universitario com’era Canella. Certo, noi non sappiamo che medicine prendessero e quanto queste influenzassero le loro capacità.
Quando Ratti uscì dal manicomio, non seppe più niente del suo compagno di sofferenza. Lo Smemorato era emigrato in Brasile, dove riprese – o cominciò – a fare il docente di filosofia. Ratti con i soldi di famiglia comprò un magazzino e fece il grossista di cartolibreria. Visse da solo: «Se mi mettevo con una donna, lei si spaventava: che ci facevi in manicomio?». Già, che ci faceva. Si affezionò ai figli della signora che lavorava con lui, Franco e sua sorella. Lasciò a loro questi ricordi lontani, continuando a parlare del “professore”. Lo chiamava sempre così lo smemorato di Collegno. Per lui era solo quello. Il professore. Il professor Giulio Canella.