la Repubblica, 18 marzo 2026
Caporalato, indagato Dini di Paul&Shark
Andrea Dini, il cognato del presidente di Regione Lombardia, Attilio Fontana, è indagato con altre 5 persone per caporalato dalla Procura di Milano in un filone d’inchiesta sullo sfruttamento nella moda e nel made in Italy. I pubblici ministeri Paolo Storari e Daniela Bartolucci hanno disposto martedì il controllo giudiziario d’urgenza della Dama spa, la società di produzione di maglieria e vestiario guidata dal fratello 61enne della moglie del governatore, Roberta Dini.
L’accusa nei confronti dell’azienda da 107 milioni di ricavi l’anno, 5,6 milioni di utili e 309 dipendenti di cui 130 operai, indagata per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, è di “sfruttamento” della manodopera cinese in “stato di bisogno” impiegata 7 giorni 7 dalle 8 del mattino alle 22 della sera nella produzione dei capi del brand Paul&Shark, il marchio internazionale la cui attività produttiva si svolge principalmente nella sede di via Piemonte a Varese.
Le collezioni sono distribuite in tutto il mondo nelle “località più esclusive” dello shopping e attraverso il sito dell’azienda. La misura, che dovrà essere vagliata da un gip entro 10 giorni, è stata eseguita in mattinata dalla guardia di finanza.
La società Dama era già stata coinvolta nel cosiddetto “caso camici” durante l’emergenza Covid. Al centro dell’indagine, l’assegnazione di una fornitura di camici e altri dispositivi alla società di Andrea Dini, fratello della moglie del governatore Fontana. Per l’accusa, lo stesso Dini aveva poi trasformato la fornitura in donazione. Il 2 dicembre 2021 la procura di Milano aveva chiesto il rinvio a giudizio per il governatore e per altre 4 persone. Nel 2023 la Corte d’appello di Milano ha confermato la sentenza di assoluzione nei confronti, tra gli altri, di Fontana e Dini.
Ora un altro capitolo. Il decreto di controllo giudiziario in via d’urgenza vede in tutto sette indagati: cinque persone fisiche e due imprese, la Dama spa e la Alberto Aspesi&C spa. Andrea Dini, Francesco Umile Chiappetta e altri tre imprenditori di origine cinese rispondono di caporalato: “Assumevano, impiegavano, utilizzavano i lavoratori in condizioni di sfruttamento approfittando del loro stato di bisogno. Senza rispetto per le norme sul lavoro, con gli operai “sottoposti a sorveglianza”, “alloggiati in stanze dormitorio”. Due le ispezioni negli opifici tra l’ottobre 2023 e l’autunno 2025.
Si tratta dell’ennesima inchiesta sul mondo della moda e del lusso, con gli importanti marchi che esternalizzano la produzione dei prodotti griffati ad altre aziende le quali, a loro volta, cedono i lavori agli opifici gestiti da cinesi. Numerose le indagini su questo mondo che hanno svelato “situazioni tossiche”. Per capirle, basta guardare una dichiarazione qualsiasi degli operai invisibili impiegati nei capannoni. Come un uomo di 52 anni che agli investigatori dice di non sapere nemmeno il nome della ditta per cui lavora, di non avere un contratto, di essere in prova e cucire a macchina le maniche delle giacche, di non sapere il proprio orario di lavoro né se avrebbe goduto di un giorno di riposo settimanale.
Durante le ispezioni nei capannoni sono stati trovati capi delle case di moda Dama spa (titolare del marchio Paul&Shark), Alberto Aspesi & C e Herno spa. E sono stati fotografati anche i lugubri spazi dove gli operai dormivano, “luoghi in profondo stato di degrado al di sotto del minimo etico”.
Dama ha sede a Varese ed è proprietaria del noto marchio Paul&Shark. Ha un capitale di 4 milioni di euro, giro d’affari superiore ai 100 milioni di euro l’anno. Andrea Dini è il legale rappresentante. Ai vertici anche la sorella Roberta. I pm individuano una “colpa organizzativa” nei suoi rapporti con le aziende fornitrici, per non aver impedito “le illecite condizioni di sfruttamento dei lavoratori”. Per la procura “pare francamente difficile escludere il dolo delle figurare apicali di Dama e Alberto Aspesi”.
Si contesta alle grandi società “l’approfittamento dello stato di bisogno dei lavoratori”, alcuni dei quali “impiegati in stato di clandestinità”, e quindi in una condizione “di debolezza sociale”. Poi “la reiterata violazione delle disposizioni sull’orario di lavoro, il mancato rispetto dei periodi di riposo e il pagamento di retribuzioni inferiori ai livelli minimi stabiliti dai contratti collettivi”. In sostanza, gli operai hanno dichiarato “di lavorare a cottimo”, videosorvegliati, ospitati in “alloggi dormitorio” e in “condizioni di degrado”.
Per la procura “si versa in situazione di urgenza”, perché “la situazione di sfruttamento dello stato di bisogno è in atto” (le ultime fatture sono di febbraio 2026) e “deve essere al più presto interrotta. La situazione pare andare avanti da anni”. Da qui il controllo giudiziario di Dama e Aspesi, con la conseguente nomina di un amministratore giudiziario.
Interrogato sulla vicenda a margine di un evento sulla sanità lombarda, il governatore lombardo Fontana è tranchant: “Chiedetelo a mio cognato, che credo dimostrerà la sua innocenza come nel precedente episodio in cui era stato coinvolto”, la risposta a chi gli chiedeva un commento sull’indagine della procura milanese. Per poi aggiungere: “Mi chiedo la strumentalità dell’abbinamento del mio nome con quello del dottor Dini, che è il titolare dell’azienda nella quale io non ho nessuna parte. Prendo atto che si cerca di mettere un pizzico di veleno con queste richieste”.