corriere.it, 18 marzo 2026
I licenziamenti di massa per l’arrivo dell’Ai e il pericolo «disordini» (come dopo la prima guerra mondiale)
Dopo la prima guerra mondiale un milione di reduci tornarono a casa feriti, mutilati, invalidi. Ma soprattutto disperati, disillusi, senza l’onore e le ricompense che erano state promesse. Questi uomini furono la legna secca con la quale il fascismo trasformò l’Italia in un falò. Benito Mussolini – lo diciamo con le parole della serie M – il figlio del secolo – fiutò la rabbia e capì che il disprezzo poteva essere un’arma formidabile: «In questa ora putrida della pace, questi uomini della guerra senza più un posto nel mondo, congedati su due piedi, come si licenzia una serva…sento il loro odio, la loro rabbia. È con il materiale scadente, con l’umanità di risulta, con gli ultimi che si fa la storia, si attizza la loro rabbia, gli si mettono in mano le rivoltelle. E con loro farò la rivoluzione».
Può sembrare un paragone azzardato, e in parte lo è, ma proviamo a fare uno sforzo di immaginazione. L’intelligenza artificiale ci sta per travolgere, con conseguenze ben più drammatiche di quelle che ha causato la rivoluzione industriale e di quelle prodotte dalla modernità digitale. Come abbiamo raccontato, nel suo ultimo libro, Raffaele Alberto Ventura parla della classe disagiata, di quella massa di persone iper qualificate, addestrate dal sistema a investire e accumulare un grande capitale culturale e poi scaricate, abbandonate, eliminate per un eccesso di offerta. Questo è il mondo del lavoro culturale contemporaneo. Se avete visto al cinema La mattina scrivo, di Valérie Donzelli, ma anche se vi guardate un po’ intorno, vedrete la fine ingloriosa che sta facendo un’intera generazione di persone che lavorano in quello che Luciano Bianciardi chiamava «lavoro culturale».
Le conseguenze dell’irruzione dell’intelligenza artificiale sembrano fortemente sottovalutate. C’è stato un allarme – e una sorpresa francamente sorprendente – sul licenziamento di 37 tra impiegati, quadri e dirigenti di un’azienda veneziana, la InvestCloud Italy. Tutta forza lavoro sostituita dall’intelligenza artificiale, nonostante non ci fossero difficoltà economiche. Ma i fronti sono destinati a moltiplicarsi e a lasciare sul campo migliaia di vittime dell’Ai. I call center in Italia hanno 80 mila addetti. Paolo Virzì aveva fatto un ritratto lucido e spietato dello sfruttamento al quale erano destinati, in Tutta la vita davanti. Era l’altro ieri, il 2008. Ora il loro problema non sono più lo sfruttamento e il precariato, ma il licenziamento.
Come segnala Cinzia Arena sull’Avvenire, all’inizio di gennaio il 10% dei tavoli di crisi aperti al Mimit riguardava proprio i call-center. Il drastico calo dei volumi e i chat bot imperanti mettono in pericolo quei posti di lavoro. Chi rimane potrà essere trasferito d’imperio, anche oltre i 50 chilometri che finora erano la misura massima di distanza consentita. Molti call center, oltre il 55 per cento, hanno sede nel Mezzogiorno, in Zone economiche speciali dove non ci sono altre attività produttive. Si registrano crisi nei call center Enel, del gruppo Konecta R. (Catanzaro, Ivrea, Asti) e in molti altri.
Negli Stati Uniti, arrivano notizie preoccupanti. Meta si appresta a licenziare il 20 per cento della forza lavoro. Già a novembre 2022 aveva mandato a casa 11.000 dipendenti e in seguito altri 10 mila. Ora il taglio potrebbe essere anche superiore. La settimana scorsa, Block, la società di pagamenti digitali proprietaria di Square, Cash App e Tidal, ha annunciato il taglio del 40% della sua forza lavoro per far spazio all’Ai. Amazon ha licenziato 14 mila dipendente. Ups altri 14 mila. L’elenco è infinito e ne dava conto Massimo Gaggi: a ottobre in America i licenziamenti sono stati 172 mila, il 42 per cento in più rispetto all’anno precedente. Risacca post Covid, forse. Però, come ricordava sulla Rassegna Luca Angelini, citando il Dario Amodei di Anthropic, «presto l’intelligenza artificiale potrà sostituire metà dei lavori professionali di livello intermedio».
È logico pensare che ci sarà presto un’accelerazione drammatica dei licenziamenti anche in Italia. E molte migliaia di persone si troveranno per strada, senza lavoro, senza pensione, senza nessuna speranza concreta di trovare un’altra occupazione. Cosa sarà di questa generazione considerata «materiale scadente», di questa «umanità di risulta», reduci dalla guerra del capitalismo? Qualcuno potrebbe pensare di usare la loro rabbia, la loro rivolta contro un sistema che non ha saputo proteggerli. Ha scritto nei giorni scorsi Aldo Cazzullo: «Di questo passo, pagare un reddito di cittadinanza a chi perde il lavoro o a chi non lo troverà mai diventerà indispensabile. Ma per finanziarlo occorrerà destinare al bilancio pubblico – ospedali, scuole, sicurezza, sopravvivenza dignitosa delle persone – almeno una piccola quota delle immense ricchezze prodotte dall’intelligenza artificiale».
Serviranno nuove tasse e servirà più Stato sociale. Il clima politico non sembra favorevole: semplicemente ignora, o finge di ignorare, questi cambiamenti epocali già in atto. Il governo dovrebbe mettere in piedi una task force, un’unità ministeriale o di qualche tipo che si occupi di monitorare non solo le crisi in atto, ma anche quelle in arrivo, lavorando per una riconversione della forza lavoro e per ammortizzatori sociali. Ma l’allarme sembra ancora un’eco lontana, come se non fosse certezza ma solo un pericolo astratto. Eppure bisognerebbe dar retta al Ceo di J.P Morgan Jamie Dimon, 300 mila dipendenti, che a Davos ha annunciato di avere un piano (quali delle nostre aziende può dire altrettanto?) «per riqualificare le persone, ricollocarle e fornire loro un sostegno al reddito». E si è detto a favore di un intervento governativo per vietare licenziamenti di massa causati dall’intelligenza artificiale: «Altrimenti – ha spiegato – le conseguenze potrebbero essere disastrose e potrebbero esserci disordini e violenze». È quella «rivolta dei colletti bianchi» di cui parlava Angelini sulla Rassegna.
Le masse di disperati e disillusi, reduci dalla vittoria mutilata dell’intelligenza artificiale potrebbero rivoltarsi. E sarebbero la legna secca a disposizione di una destra eversiva ma anche di una sinistra iper populista, altrettanto pericolosa, per un nuovo falò delle illusioni e della democrazia.