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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

A Londra le prime proteste contro l’Ai

Per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata come una promessa – economica, tecnologica, persino culturale. O come un rischio teorico, discusso tra ricercatori e decisori pubblici. Oggi, per la prima volta, comincia a diventare anche un terreno di conflitto.
La protesta nel cuore della Londra tecnologica
La scorsa settimana a Londra alcune centinaia di persone hanno manifestato nel quartiere di King’s Cross, uno dei poli europei più rilevanti per lo sviluppo dell’Ai. La marcia, organizzata da gruppi come PauseAI e Pull the Plug e ribattezzata «March Against the Machines», è partita dagli uffici londinesi di OpenAI su Pentonville Road e si è snodata tra le sedi delle principali aziende del settore, passando davanti a Google DeepMind e dirigendosi verso gli uffici di Meta.
Non si è trattato di un episodio isolato. Solo pochi giorni prima, il 28 febbraio, una manifestazione più ampia aveva attraversato il centro della città, portando in strada migliaia di persone: secondo gli organizzatori la più grande protesta contro l’intelligenza artificiale finora. A promuoverla erano state reti di attivisti e collettivi giovanili, tra cui Pull the Plug, PauseAI e Mad Youth Organise, ma la composizione del corteo andava ben oltre i gruppi organizzati: insegnanti, artisti, programmatori, avvocati, lavoratori di settori diversi.
Non era una protesta contro la tecnologia in sé. Tra i partecipanti emergeva piuttosto una posizione più articolata: l’idea che l’intelligenza artificiale possa essere uno strumento utile, ma che la sua direzione non possa essere lasciata esclusivamente alle grandi aziende. Come ha osservato Extinction Rebellion UK in un resoconto successivo, molti non rifiutavano l’Ai, ma immaginavano strumenti capaci di ampliare la creatività umana, invece di sostituirla o di gestire silenziosamente interi ambiti della vita sociale.
Durante la marcia, accanto agli slogan più radicali, circolavano anche racconti più sfumati. Un avvocato, fermatosi a parlare con gli organizzatori, spiegava di utilizzare quotidianamente l’Ai per redigere documenti legali. «A volte scrive meglio di me», diceva, non con ostilità ma con una forma di incertezza, come se il cambiamento fosse già in atto e difficile da collocare.
La manifestazione si era conclusa con un’assemblea pubblica e una richiesta che ricorre in molte delle iniziative di questo tipo: fermarsi abbastanza a lungo da permettere una discussione collettiva su cosa si sta costruendo.
Dalle iniziative marginali a un fenomeno visibile
Per tutte queste prime manifestazioni di protesta, i numeri restano contenuti – qualche centinaio di partecipanti – ma è la traiettoria a colpire. Nel giro di pochi anni si è passati da iniziative marginali a una mobilitazione capace di organizzarsi, scegliere obiettivi simbolici e ottenere attenzione mediatica. È un’evoluzione che diverse analisi internazionali hanno iniziato a registrare, segnalando come il tema stia progressivamente uscendo dalla dimensione specialistica per entrare in quella pubblica.
Quello che emerge a Londra non è un movimento compatto, ma una convergenza di inquietudini. C’è chi teme l’impatto sul lavoro, chi guarda alla qualità dell’informazione e alla difficoltà crescente di distinguere tra contenuti autentici e sintetici, e chi esprime preoccupazioni più radicali sullo sviluppo futuro della tecnologia. Negli ultimi mesi, riviste come Time hanno descritto questo passaggio come l’inizio di un malcontento più diffuso, non più confinato agli addetti ai lavori.
Energia, territorio e diritti: i fronti del dissenso
A spingere il tema fuori dagli ambienti tecnici contribuisce anche ciò che accade lontano dalle piazze. In diversi Paesi, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito, le tensioni si concentrano attorno ai data center necessari ad alimentare i sistemi di intelligenza artificiale. Secondo Reuters, gruppi ambientalisti e comunità locali hanno iniziato a opporsi alla loro espansione, denunciando consumi energetici elevati, pressione sulle reti elettriche e uso intensivo di acqua.
Allo stesso tempo, un altro fronte si è aperto nel mondo della produzione culturale. Scrittori, musicisti e creativi contestano l’utilizzo delle loro opere per addestrare i modelli di AI, sollevando una questione che il Financial Times ha raccontato come sempre più centrale nel confronto tra governi e grandi aziende tecnologiche.
Dalla promessa al confronto
In questo quadro, colpisce anche il fatto che una parte delle critiche provenga dall’interno del settore. Ricercatori ed ex sviluppatori mettono in discussione non tanto le capacità attuali dell’intelligenza artificiale, quanto la velocità con cui viene sviluppata e la difficoltà di governarne le conseguenze. Non è una opposizione alla tecnologia in sé, ma una richiesta – più o meno esplicita – di rallentamento e di controllo.
Tutto questo, per ora, non è ancora una svolta, e probabilmente non lo sarà nell’immediato. Ma il fatto che la contestazione nasca proprio nei luoghi in cui l’intelligenza artificiale viene progettata suggerisce che qualcosa si è mosso. Non più soltanto una promessa da governare, ma una realtà con cui iniziare a fare i conti.