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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

Tasse, perché a pagare l’Irpef sono sempre i soliti

La tanto detestata Irpef nasce nel 1973 con un principio sacrosanto: tassare il reddito complessivo di una persona con aliquote crescenti, in modo che chi guadagna di più contribuisca in proporzione maggiore ai servizi della collettività. L’imposta era pensata per includere tutti i redditi, da qualunque fonte provenissero, all’interno di un’unica imposta progressiva.
Oggi questo principio non regge più. Una parte crescente dei redditi personali è esclusa per legge dall’Irpef e gode di regimi di favore che non seguono alcuna progressività.
Nel 2024 le tasse incassate dallo Stato (al netto dei contributi sociali) ammontano a 657,4 miliardi di euro (ultimi dati Istat disponibili). Di questi:
– 312,1 miliardi provengono da imposte indirette, che paghiamo tutti in egual misura su un prodotto, come l’Iva, le accise sui prodotti energetici, l’imposta di registro, il bollo, le imposte ipotecarie e catastali;
– 343,4 miliardi provengono da imposte dirette, che in teoria dovrebbero essere legate alla capacità di ognuno di contribuire in base al proprio reddito.
Il perno arrugginito del sistema
Il perno di questo sistema è l’Irpef, che oggi garantisce appena il 36% di tutte le entrate fiscali, per un totale di 239,6 miliardi di euro. Di fatto, l’imposta grava quasi esclusivamente su chi non può scegliere come farsi tassare in altro modo:
– 23,8 milioni di lavoratori dipendenti;
– 14,5 milioni di pensionati.
Su un totale di 42,5 milioni di contribuenti Irpef (inclusi 1,2 milioni che dichiarano reddito zero), queste due categorie rappresentano il 90% della platea. 
Gli altri in molti casi trovano una via d’uscita. Come mostra l’Osservatorio conti pubblici italiani (Ocpi) in un’analisi del 9 gennaio 2026 firmata dagli economisti Gianmaria Olmastroni e Gilberto Turati, i regimi di favore si sono moltiplicati negli anni escludendo una fetta sempre più grande di redditi dalla tassazione progressiva. Analizziamo i tre principali. 
Partite Iva
Con la Legge di Bilancio 2015 il governo Renzi introduce la Flat tax, ovvero la tassa piatta al 15%, per i lavoratori autonomi (partite Iva) con ricavi fino a 25 mila euro, e fino a 50 mila per chi, ad esempio, fornisce servizi di alloggio o ristorazione (art. 1, comma 64). Con la legge di Bilancio 2019 il Conte I estende il regime forfettario della Flat tax fino a 65 mila euro di ricavi (art. 1, comma 9): la platea di beneficiari arriva a 1 milione e 721 mila, con un reddito medio stimato intorno ai 21 mila euro. Con la Legge di Bilancio 2023 (art. 1, comma 54, lettera a), il governo Meloni estende la Flat tax fino a 85 mila euro.
Oggi in Italia 1,9 milioni di Partite Iva, su un totale di 3,8, pagano una tassa piatta del 15%. Il gettito prodotto dal regime forfettario è di 3,6 miliardi. Ma, in base al Rapporto annuale sulle spese fiscali 2024, la Flat tax causa un ammanco nelle casse pubbliche di oltre 3 miliardi rispetto a quanto questi contribuenti avrebbero versato con la tassazione ordinaria.
La differenza di carico fiscale a parità di reddito è enorme e aumenta con il crescere del reddito:
- un dipendente con 40 mila euro di reddito paga circa 5.000 euro di tasse in più rispetto a un autonomo in regime forfettario;
- con un reddito di 60 mila euro, la differenza sale a circa 10.000 euro.
In Germania, Francia e Spagna il reddito da lavoro autonomo rientra nella tassazione ordinaria progressiva, con aliquote che arrivano al 45%.
Redditi da locazione: la cedolare secca
Dal 2011, chi dà in affitto un immobile può scegliere un’imposta sostitutiva – la cedolare secca – del 21%, ridotta al 10% per i canoni concordati. Oggi, 3,1 milioni di contribuenti la utilizzano, generando un gettito di 4,8 miliardi. Ma anche in questo caso, lo Stato incassa 2,8 miliardi in meno rispetto alla tassazione ordinaria.
Studi di settore dimostrano che la cedolare secca ha reso il sistema più ingiusto favorendo i proprietari ricchi e, pur facendo emergere redditi da affitti in nero, non ha portato più soldi nelle casse dello Stato rispetto a quanti ne avrebbe portati la tassazione ordinaria.
In Germania, Francia e Spagna anche i redditi da affitto rientrano nella tassazione ordinaria progressiva, con aliquote fino al 45%, con deduzione dei costi.
Redditi da capitale
Già dalla riforma tributaria degli anni Settanta i redditi da capitale non rientrano nell’Irpef ma sono soggetti a ritenuta alla fonte (Dpr 600/1973 art. 26). Soprattutto per timore di fughe di capitali verso i paradisi fiscali nel 1997 il governo Prodi trasforma il sistema, introducendo l’imposta sostitutiva (art.5). Oggi, l’imposta sostitutiva che si paga è del 26% (art. 3). Il gettito è di 15 miliardi, cui si aggiungono 5,1 miliardi sui capital gains e 5,9 miliardi di ritenute sugli utili distribuiti. Non è però classificato come agevolazione, quindi non esiste una stima ufficiale del mancato gettito.
In Germania e Francia, le aliquote sono più alte, rispettivamente il 26,375% e tra il 30 e il 34%. In entrambi i Paesi chi ha redditi bassi può, comunque, scegliere la tassazione ordinaria se più vantaggiosa. In Spagna l’imposta è progressiva dal 19% al 30%.
Le conseguenze
Il risultato è un sistematico smantellamento dell’Irpef, che avviene un pezzo alla volta. È come se le fondamenta di un edificio venissero progressivamente picconate, lasciandolo poggiare su una base sempre più precaria.
Considerando solo i regimi di favore che incidono sull’imposta personale sul reddito si contano 194 agevolazioni fiscali, di cui 125 quantificabili, per 68,8 miliardi di mancato gettito. Nel 2024 il minore gettito era di 60,7 miliardi.
Insomma: l’Irpef, nata come imposta per tutti, è diventata la tassa di chi non ha alternative.
Rimuovere i regimi di favore avvantaggerebbe tutti i contribuenti, ma i gruppi che ne beneficiano, per quanto piccoli, sono coesi e pronti a dare battaglia. La revisione delle agevolazioni richiede quindi un’enorme forza politica. E se il problema continuerà a non essere affrontato c’è da domandarsi anche per quanto tempo ancora il sistema potrà davvero reggere.