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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

I discorsi in pillole di Balendra Shah

«Che cosa non funziona?» Sarebbe questa, stando ai reportage della Reuters e dei giornali nepalesi e indiani, una delle domande poste agli elettori dagli attivisti sguinzagliati a tappeto villaggio per villaggio, baracca per baracca, dal trionfatore delle ultime elezioni in Nepal, il trentaseienne ingegnere e rapper Balendra Shah, già sindaco di Kathmandu. Non che fosse una novità assoluta: i celeberrimi Cahiers de doléances, i quaderni delle doglianze alla vigilia della Rivoluzione Francese, apparvero già 237 anni fa. E prima ancora la storia aveva registrato altri spazi dati alle pubbliche lamentele fin dalla Grecia antica. Mai però, par di capire, come stavolta. Con un capillare monitoraggio via via annotato delle denunce sui servizi scadenti, le opere iniziate e incompiute, i trasporti, la sanità, la sporcizia... Come se, per la prima volta, ci fosse lì qualcuno interessato ad ascoltare, ascoltare, ascoltare. Per poi rilanciare promesse su misura. È lontana, Kathmandu. Oltre 8.000 chilometri da Roma, se proprio qualcuno volesse avventurarsi in auto. Quello che è successo alle ultime elezioni, stando ai reportage di Alessandra Muglia sul Corriere e Marco Masciaga sul Sole24ore, però, spalanca un modo radicalmente nuovo e insieme inquietantemente antico di fare politica, con un rapporto diretto, immediato, senza mediatori tra leader e popolo. Cose già viste e ora elevate al cubo. Alle prese con un paese di 32,4 milioni di cellulari attivi per 30 milioni di abitanti con un’età media intorno ai 25 anni (23 meno che da noi), una densità abitativa simile alla nostra e una rete ferroviaria inesistente, «Balen» Shah, 3 milioni e mezzo di follower su Facebook, un milione su Instagram, 400 mila su X e quasi un milione su YouTube, ha girato come una trottola 50 su 77 distretti del paese himalayano ma più ancora ha puntato su una pioggia di post, meme, video, messaggi web. Indifferente a ogni rapporto coi giornalisti. E riottoso a ogni pubblico confronto: vuoi mettere la comodità di scodellare volta per volta la «tua verità» su questo o quello direttamente agli elettori in rapide incursioni protette senza il fastidio di rischiose domande scomode? Dicono gli archivi che Enver Hoxha commemorò Stalin nel ‘53 per 240 minuti e Fidel Castro parlò all’Onu nel ‘60 per 269: lui, Balendra Shah, si è fatto la fama di parlare in pillole. Tre minuti massimo. Per carità, alla larga dalle nostalgie per certe interminabili orazioni fluviali, ma davvero è questo il futuro della politica?