Corriere della Sera, 18 marzo 2026
Interessi e valori
La politica estera, contrariamente a quanto spesso la sinistra sembra pensare, non consiste nel dare voti nella materia «Rispetto del diritto internazionale» a questo o a quello dei protagonisti della scena mondiale, mandandone qualcuno dietro la lavagna. Consiste in qualcosa di un po’ più complicato: detto in due parole, consiste nel contemperare i valori e gli interessi. Cioè nel riuscire a tenere insieme la salvaguardia di quanto a un Paese serve per vivere e magari prosperare.
Dunque anche per far sentire la propria voce con la speranza di essere ascoltato, cioè di contare, e contemporaneamente nel riuscire a tener fede a certi principi di ordine diciamo così etico-politico, come il valore della democrazia, il rispetto dei diritti dell’uomo, ecc.
Impresa non facile per riuscire nella quale, oltre che le doti di chi ha responsabilità di governo, conta il patrimonio di risorse materiali e immateriali di cui un Paese dispone, il suo standing, il suo peso di cui la potenza militare è certo un fattore importantissimo ma non è il solo. In nessun campo come nella politica estera, i discorsi e le deprecazioni, insomma le parole, lasciano comunque il tempo che trovano.
Quali sono dunque i fattori, gli asset reali, di cui può avvalersi la politica estera italiana? E quali invece i punti deboli?
I nostri punti di forza sono sostanzialmente quattro: l’identità, la capacità industriale, la posizione geografica, e infine, connessa a questa, la nostra tradizione politica.
L’Italia conta innanzi tutto in virtù del suo nome, del deposito storico trasmessole dal suo passato. In qualunque iniziativa che abbia un carattere in senso lato culturale (nei rapporti tra gli Stati questo aspetto non è proprio trascurabile) la presenza italiana è un dato che aggiunge, conferisce interesse e prestigio, insomma che conta. Da ultimo, il nostro Paese è ancora oggi un Paese cattolico e ospita sul suo territorio la Santa Sede. Chiunque nel mondo desidera avere un rapporto o tratta con questa sa che l’Italia può essere un tramite assai utile.
C’è poi la nostra capacità industriale di secondo Paese manifatturiero d’Europa. La cui collaborazione può essere preziosa non solo per costruzioni assai impegnative come quelle missilistico-satellitari ma anche perché l’Italia vanta una presenza di tutto rispetto, sostenuta dalla mano pubblica, nell’industria degli armamenti in genere, delle costruzioni navali e dell’aeronautica leggera. In mancanza di uno strumento militare consistente – privo di una forza d’urto degna di questo nome ma impiegabile solo come forza d’appoggio – avere una tale industria rappresenta uno strumento di politica estera importantissimo. Non dovrebbe essere necessario, infine, ricordare cosa voglia dire per il nome e per gli interessi italiani l’Eni, con la sua presenza in tante parti del mondo.
Vengo infine al terzo/quarto fattore. Per ragioni geografiche la nostra Penisola ha una posizione unica nel Mediterraneo, quindi di altissimo valore politico-strategico e quindi come oggetto di trattativa. Si pensi solo al fatto che in pratica essa divide questo mare in due parti tra le quali può facilmente interrompere le comunicazioni (la Sicilia dista dall’Africa meno di quanto Pisa disti da Grosseto), così come con altrettanta facilità essa può impedire l’accesso all’intera costa adriatica dei Balcani.
Proprio in virtù della sua posizione geografica, come ricordava agli albori della vita della Repubblica Carlo Sforza, che ne fu a lungo ministro degli Esteri, «l’Italia (…) deve necessariamente svolgere una politica araba. Può dirsi anzi che le relazioni fra l’Italia e il mondo arabo costituiscono uno degli elementi essenziali della nostra politica estera». Può piacere o non piacere (a me personalmente non piace più di tanto), ma di sicuro le cose stanno così. Da decenni, destreggiarsi tra questa esigenza da un lato, e dall’altro l’imprescindibile difesa d’Israele e insieme il vincolo con la Nato, con l’Europa e gli Stati Uniti, costituisce il cuore della nostra politica estera. Di certo un cuore permanentemente problematico: fino al punto di spingere negli anni ’70 uno statista come Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, a promuovere sotto banco un accordo informale con il terrorismo stragista palestinese mettendo da parte ogni rispetto del diritto nazionale e internazionale (gli attuali sacerdoti del quale sono pregati, appunto, di prenderne nota leggendo in proposito il bel libro di Giacomo Pacini, L’Italia e il lodo Moro ).
La nostra politica estera può contare sugli elementi appena menzionati per cercare di compensare i nostri due principali handicap (oltre quello propriamente militare ricordato sopra). Vale a dire un esecutivo tradizionalmente debole e diviso, e un’opinione pubblica in larga maggioranza pacifista o sedicente tale.
Tradizionalmente l’Italia si è mostrata comunque abbastanza capace con qualsiasi governo di riuscire a navigare nel mare della politica estera. Lo ha fatto non come il suddetto pacifismo vorrebbe, cioè con condanne o applausi da palcoscenico, bensì come va fatto. E cioè ad esempio – come accade in specie quando si agisce all’interno di una rete di alleanze consolidate da decenni – sentendosi obbligata al sottinteso e alla discrezione, talvolta a tenere un silenzio carico di significato, a preferire non rispondere piuttosto che rispondere con un no secco. Ovvero facendo qualche sacrificio d’immagine, distinguendosi da posizioni più gridate, concedendo qualcosa ma acquisendo così un credito da esigere domani. È la diplomazia per l’appunto: e forse non sarebbe male che anche il nostro pacifismo qualche volta ne tenesse conto.