Corriere della Sera, 18 marzo 2026
Intervista a Tommaso Cerno
Tommaso Cerno, mi vede sullo schermo?
«Sì, anche se la connessione è instabile. Sono in un albergo di Venezia e le dirò che certi camerieri valgono più dei quadri appesi alle pareti».
Non ci proverà mica con loro?
«Ma no, sono sposato».
Con Stefano Balloch, ex sindaco di Cividale del Friuli, cognome che in queste ore ricorre spesso in rete: dicono che Giada, figlia in prime nozze di Stefano, abbia ottenuto un incarico dalla Rai come social media manager, in particolare con il compito di dare visibilità a Cerno. Il problema, infatti, è che anche Cerno lavora alla Rai: ha una striscia quotidiana di tre minuti su Rai2, «2 di picche», presa di mira quasi ogni giorno dalle opposizioni.
Andiamo per ordine. È vero che Giada Balloch lavora in Rai?
«Ma quando mai, tutto inventato. Hanno detto che ha un contratto da social media manager ma non c’è niente di vero. Lei, sì, fa questo lavoro ma non per la Rai e dalla Rai non ha mai preso un centesimo. Volevano colpire me, ma hanno fatto male a una ragazza di vent’anni che oggi passa giornate intere a casa, piangendo e evitando le telefonate».
Dicono anche che «2 di picche» fa ascolti bassi.
«Ma chi lo dice? L’azienda non si è espressa in alcun modo, siamo perfettamente nella media degli ascolti, anzi, in crescita e quello che posso dire è che tra social e visualizzazioni siamo sul milione al giorno. Ma le dirò di più».
Prego.
«Luca Bizzarri – che non è propriamente una persona in linea con le mie idee – ha detto chiaramente che una striscia di tre minuti non è misurabile alla perfezione, ce ne vogliono almeno quindici. Non ascolteranno me, ma almeno lui sì».
Dicono che la trasmissione costi troppo.
«Ma se non ho nessun contratto con la Rai!».
Neanche lei?
«Non ho firmato nulla, non c’è per il momento alcun accordo sul compenso, è una sorta di “patto sulla fiducia”, vedremo quanto mi daranno e immagino che mi pagheranno il giusto, cioè la cifra che deve prendere uno che fa informazione sulla televisione pubblica».
Quindi non è mai stato raccomandato dai meloniani alla Rai?
«La gente ha la memoria corta: io ho esordito in Rai nel 2015, con D-Day. I giorni decisivi, un programma di storia, pensate un po’, il racconto della Seconda guerra mondiale, settant’anni dopo. Tra gli ospiti venne anche Giorgio Napolitano. E non mi pare che all’epoca ci fosse Meloni al governo».
Cerno, lei che è passato da Alleanza Nazionale al Pd al Gruppo Misto, ha scritto un libro, «Le ragioni di Giuda», in cui, per essere sintetici, proclama con chiarezza: «Non sono un voltagabbana».
«Ma è vero».
Si spieghi meglio.
«Se per esprimere un libero pensiero, cosa che implica a volte anche la contraddizione, bisogna passare per traditori, allora eccomi. Non capisco perché una scelta ideologica o politica, che comunque parte da un’analisi approfondita, debba trasformarsi in una colpa. Mi sento dire da anni che sono colpevole, che sono un Giuda. Solo perché scelgo di dire quello che voglio».
Sì, il punto è che lei sceglie spesso, forse un po’ troppo spesso.
«E potrei ancora cambiare idea, in futuro. Mi hanno appiccicato addosso tante etichette: prima comunista, adesso fascista. Io però so che queste non hanno alcun valore. Il giorno in cui un’etichetta riuscirà a distinguermi, vorrà dire che il mio viaggio sarà finito».
Da condirettore di «Repubblica» a direttore del «Giornale».
«Sono andato via da “Repubblica” perché a sinistra stavano venendo meno le ragioni delle mie battaglie. All’inizio ho creduto che da quella parte politica ci fosse lo spazio per conquistare libertà di pensiero, per battersi in nome delle differenze. Invece ho trovato una sinistra ossessionata dalla destra che governa. E, ancora peggio, ossessionata dall’uguale, dal conformismo».
Vorrebbe forse dire che a destra questo spazio per la libertà di pensiero c’è?
«Ho scoperto che oggi sono i conservatori quelli che vogliono davvero rinnovare l’Italia. Forse in loro questa voglia di rottura sarà fragile, forse fa fatica a crescere, ma c’è».
Da dove le viene questa voglia di rottura?
«Sono di Udine, nato a pochi passi dalla Cortina di ferro, metà della mia famiglia veniva dall’Istria, so bene che cosa sono le foibe. Però Udine era anche la città di Basaglia e quella dove Craxi prendeva il 21 per cento».
Nella sua vita da chi è stato tradito nel modo più imperdonabile?
«Da Matteo Renzi».
Perché?
«Non ha capito che nella mia libertà non c’era un antagonismo nei suoi confronti, ma solo il rifiuto di un partito verticale».
Chi è la persona della quale si fida di più?
«Forse proprio di Giada, la figlia di mio marito. È una donna straordinaria, è stata lei che ci ha chiesto di sposarci. Io la chiamo quando ho voglia di capire che cosa pensa realmente la gente, lei non mente, non finge».
Non vorrebbe figli suoi?
«No, i bambini sono complicati da gestire. Ho già tre cani, pensi un po’. E poi Giada per me è una figlia, anzi, come la chiamo io, figliastra».
Le è quindi «arrivata» una figlia all’età giusta?
«Proprio così. Oggi con lei posso avere un rapporto che è di grande affetto e rispetto, non so se con un bambino sarei stato capace».
A proposito di intellettuali che si contraddicono: lei è nato a una manciata di chilometri da Casarsa, dov’è sepolto Pier Paolo Pasolini.
«Il primo vero showman italiano».
Non mi pare che abbia mai condotto Sanremo.
«Ma è stato il primo vero amante del palcoscenico, uno che costruiva un discorso dirompente sulla modernità dentro questo palcoscenico fatto di polemica. Ha inventato tutti i generi del giornalismo contemporaneo senza mai finire un libro, perché nessun libro di Pasolini oggi verrebbe pubblicato senza un editing devastante, però noi siamo dei piccolo borghesi e dobbiamo dire che Pasolini è stato un “gigante”, che lo ha ucciso la Dc. Per farla breve, lo abbiamo trasformato in un noiosissimo intellettuale ucciso da Andreotti, ma andate al diavolo».
Com’è morto, secondo lei?
«Ma è morto perché gli piacevano i ragazzi, come piacevano a me, quante volte anche io le ho prese, da giovane, in cerca d’amore».
E oggi?
«Oggi no, non ho più né voglia né fisico».
Quando lei lavorava all’«Espresso» ha conosciuto Giorgio Bocca?
«Sì, una volta al telefono. E mi ha mandato aff... Perché lui sì che ti ci mandava, altro che la roba noiosa della sinistra di oggi. Prendete Saviano: un grandissimo quando parla di mafia, ma quando parla di politica no, perché secondo me di politica non capisce niente».
Nel suo pantheon personale lei mette Busi e Sgarbi.
«Busi lo intervistai da ragazzo, Sgarbi lo incontrai la prima volta che avevo quindici anni».
Racconti.
«Vittorio in quel periodo insegnava all’università di Udine, io volevo conoscerlo a tutti i costi e così scappai da scuola, andai all’università e mi feci presentare da un suo collaboratore. Quando ci incontrammo mi disse soltanto: “Dai, sali in macchina”. Mi ricordo solo che tornammo a casa dopo qualche giorno».
Oggi Vittorio Sgarbi non sta attraversando un grande periodo, vorrebbe dirgli qualcosa?
«Ma no, non mi accodo a quelli che adesso vanno in processione da Vittorio per chiedergli come sta. Sta zitto perché vuole stare zitto. E mi piace così».