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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

Becciu, il processo è da rifare

Andrà rifatto il «processo del secolo», come è stato ribattezzato per la sua portata politica interna alla Santa Sede, che vede coinvolti tra gli altri il cardinale Angelo Becciu, il finanziere Raffaele Mincione, il broker Gianluigi Torzi e la sedicente esperta di intelligence Cecilia Marogna per l’acquisto di un palazzo a Londra da parte del numero due della Segreteria di Stato e altri episodi di gestione opaca dei fondi vaticani.
La Corte d’Appello del tribunale della Santa Sede ha infatti accolto il ricorso delle difese disponendo la «nullità relativa» del primo grado, in cui Becciu è stato condannato a cinque anni e sei mesi, Marogna a tre anni e mezzo, Mincione a 5 anni e mezzo e Torzi a sei anni. Il significato di questa formula, che è da subito diventata oggetto di interpretazioni contrastanti, va colto tra le righe delle 16 pagine dell’ordinanza che la motiva. Innanzitutto viene ordinata la «rinnovazione del dibattimento».
In primo grado
Il cardinale era stato condannato a restituire oltre 91 milioni di euro alle casse vaticane
La sentenza di primo grado «mantiene i propri effetti» e conserva un valore di «palese importanza», scrivono i giudici, nel senso che «non potrà essere messa in discussione la responsabilità degli imputati già prosciolti, per i quali non è stato proposto appello» e la nuova sentenza non potrà essere peggiorativa per quelli condannati. Nei fatti, seppur in Corte d’Appello come prevede il codice di procedura, il processo riparte da zero con l’ascolto dei testimoni e l’esame di nuove prove. «Esprimiamo soddisfazione per l’ordinanza della Corte di Appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto di difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto», commentano gli avvocati del cardinale Angelo Becciu, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo. «Soddisfatto ma non contento», si dice invece Mincione – assistito dagli avvocati Andrea Zappalà, Giandomenico Caiazza, Claudio Urciuoli, Tommaso Politi e Ester Molinaro – augurandosi che «venga finalmente riconosciuta la mia innocenza anche se il danno umano e professionale è e rimane immenso».
Due le criticità sollevate nei ricorsi e accolte dal Tribunale. Entrambe sono riconducibili alle procedure seguite dal promotore di Giustizia, Alessandro Diddi. La prima è la scelta di non depositare per intero gli atti e di lasciarne altri coperti da omissis nella fase della citazione diretta a giudizio e in altri passaggi successivi. La seconda è sulla mancata pubblicazione dei Rescripta che hanno cambiato alcuni aspetti dell’ordinamento giuridico, applicati al processo in corso, e vanno quindi considerati nulli. «È evidente – scrivono i giudici – il mancato rispetto del principio della piena conoscenza di tutti gli atti raccolti durante la fase istruttoria da parte dell’imputato e del suo difensore». In primo grado Becciu è stato riconosciuto colpevole di peculato e truffa e condannato alla restituzione di oltre 91 milioni di euro alle casse vaticane, insieme all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Proprio in ragione di quest’ultimo aspetto aveva sollevato più di una tensione la sua annunciata partecipazione all’ultimo Conclave, al quale aveva infine rinunciato. Gli altri reati riconosciuti a vario titolo per i diversi imputati vanno dalla truffa all’autoriciclaggio, all’estorsione. Assieme ai 139 milioni di euro scomparsi dalle casse del Vaticano nella compravendita dell’edificio di Sloane Avenue a Londra nel 2014 (230 milioni di sterline, a Mincione che l’aveva pagato la metà), le contestazioni riguardano il finanziamento alla coop Spes del fratello del monsignore, Antonino, per opere caritatevoli inesistenti e la vicenda del rapimento di Gloria Cecilia Narvaez Argoti, la suora colombiana sequestrata in Mali e rilasciata dietro un riscatto, mai dimostrato, da 575 mila euro affidato a Marogna e speso da lei – secondo la sentenza – in vestiti, viaggi e centri benessere.