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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

Attentato alla sinagoga di Roma, 5 indagati dopo 44 anni

Un tempo infinito che, per la comunità ebraica, si spiega con sottovalutazioni, superficialità ma, soprattutto, colpevoli omissioni. Quarantaquattro anni dopo i magistrati romani trovano il bandolo di un’antica matassa e notificano a cinque persone l’avviso di conclusione indagini per l’attentato alla sinagoga del 9 ottobre 1982.
Ci furono molti feriti e una sola vittima. Un bimbo di due anni: Stefano Gaj Taché. Sotto accusa finiscono un palestinese già detenuto in Francia per la strage parigina di Rue de Rosiers, Walid Abdulrahaman Abou Zaye, un settantunenne della Cisgiordania, Mahmoud Khader Abed Adra, il settantaquattrenne originario della Palestina Souheir Mohammad Al Abassi, un altro palestinese sessantacinquenne residente in Giordania, Nizar Tawfiq Mussa Hamada, e un sessantaseienne pure di origine palestinese che vive in Giordania, Omar Mahid Abu Arkoub. Si tratta di ex militanti dell’organizzazione terroristica di Abu Nidal, una formazione nata negli anni in cui l’Olp di Arafat andava politicamente spostandosi verso posizioni meno aggressive dopo che, come ricorda il comunicato della Procura, si decise «di rinunciare ad effettuare azioni violente fuori da Israele e dai Territori occupati. Numerosi furono, allora, gli attacchi terroristici ai danni di obiettivi ebraici e non solo perpetrati in Europa, Italia compresa, e in Medio Oriente fra la seconda metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta».
Il contributo
La polizia francese ha trovato coincidenze con un attentato di due mesi prima a Parigi
L’inchiesta era già stata riaperta, sottolinea oggi l’avvocato Cesare Del Monte, quando la comunità ebraica decise, suo tramite, di consegnare una memoria ai pm nella quale si ripercorrevano – a beneficio degli investigatori della Digos e della direzione centrale della polizia di prevenzione – circostanze utili a individuare la matrice terroristica degli attentatori. Mentre le prime indagini si erano concluse con l’individuazione di un unico responsabile, il latitante Osama Abdel Al Zomar, le testimonianze raccolte dalla comunità sono state molto utili per ricostruire contesto e responsabilità. E decisiva si è rivelata la collaborazione degli investigatori francesi, che avevano ricostruito la composizione del commando che uccise sei persone in un ristorante di Rue de Rosiers, il 9 agosto, due mesi prima dei fatti di Roma: c’era anche Abou Zaye, ora indagato per l’attacco alla sinagoga.
Alcune circostanze sembrano, tuttavia, destinate a rimanere senza risposta. Il deficit di sicurezza alla sinagoga ad esempio, notato da tutti (politici inclusi) malgrado poco prima vi fosse stata un’esplosione simile al tempio di Milano e malgrado la comunità romana avesse sollecitato un rafforzamento in tal senso: «Lo stesso rabbino di Roma, il prof Toaff, la sera del 9 ottobre in un discorso tenuto ai fedeli raccolti in sinagoga, denunciò chi quella strage “aveva reso possibile non prendendo in tempo misure di prevenzione che in certi momenti sono indispensabili”». Ebbene, sarebbe stata addirittura rimossa la sola pattuglia normalmente a presidio della sinagoga nel giorno stesso dell’attentato.
Allo stesso modo non si capiscono alcune lacune investigative. Perché mai si trascurò di indagare sulla relazione fra due fermati (Hassine Hamraoui e Youssef Bouabdelli) apertamente legati a gruppi terroristici? Perché si sottovalutò il profilo di altri militanti del terrorismo internazionale avviati a carriere universitarie posticce fra Bari e Padova? Perché, infine, non si approfondì il filo rosso che legava molti degli studenti attivi nel Gups (unione generale studenti palestinesi) e presenti in Italia?
La memoria invitava anche a rileggere le dichiarazioni del presidente Francesco Cossiga riguardo il presunto accordo «che prevedeva l’immunità dei terroristi palestinesi sul suolo italiano a patto e a condizione che non colpissero obiettivi italiani». E a cercare conferma di quell’accordo nelle parole pronunciate in una intervista al Corriere dal consigliere di Arafat Abu Sharif Bassam. In questo complicato contesto, fra possibili complici deceduti (la Procura ne individua almeno tre), l’inchiesta della pm Lucia Lotti e del procuratore capo Franco Lo Voi viene tuttavia accolta come un passo fondamentale nella ricostruzione della verità alla quale hanno contribuito in maniera determinante anche le autorità francesi. «Grati ai pm romani che hanno intrapreso una strada produttiva» dice Del Monte. Mentre per l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane lo stato d’animo è ambivalente: «Si riconosce la determinazione nel non aver lasciato cadere il caso. Permane tuttavia rammarico per la tardività».