Corriere della Sera, 18 marzo 2026
John Mayer salva i Chaplin Studios
Dietro quel portone sono scaturite le lacrime de Il monello, ha preso corpo per poi dissolversi il sogno impossibile de La febbre dell’oro. Tra quelle mura Charlot ha cercato disperatamente un dottore per la ragazza cieca di Luci della città, qui ha avvisato il mondo – quando c’era ancora tempo per mobilitarsi – della follia de Il grande dittatore: tutto Chaplin dal 1918 al 1952, fino all’esilio in Europa, quando venne scacciato dal maccartismo.
Chaplin Studios, 1416 North La Brea Avenue, Hollywood: uno dei luoghi sacri del cinema, e dell’arte del Novecento. Dopo Chaplin arrivò la A&M quando le case discografiche dominavano il mercato, poi i meravigliosi Muppet, con la rana Kermit a fare la guardia al cancello. Poi, per colpa della crisi dell’industria di Hollywood – il 30% di posti di lavoro bruciato dopo la pandemia – la crisi. Chiuso, sfitto, il cartello «in vendita» che pugnalava al cuore chi ama il cinema e passava da quel punto di La Brea. E mentre tutto rischiava di arrugginire, coprirsi di polvere, finire in mezzo a qualche speculazione senza senso, ecco due salvatori, benemeriti. E con un colpo di scena che avrebbe fatto sorridere Chaplin, che non si fidava dei ricchi e invece amava gli eroi imperfetti, e conosceva le pieghe più strane e complicate della vita essendo nato in povertà assoluta nella Londra dickensiana. A salvare dall’oblio o dalle ruspe i Chaplin Studios non è arrivata un’università o una major miliardaria, ma John Mayer, il chitarrista rock, che secondo tanti critici sarebbe più rilevante per le fidanzate famose e la collezione milionaria d’orologi vintage che per la musica (Your Body Is a Wonderland, la sua hit più famosa, dedicata alla ex Jennifer Love Hewitt, è in realtà un capolavoro dedicato al desiderio che avrebbe fatto applaudire Mallarmé).
L’altro giorno la Cbs ha accompagnato in esclusiva i suoi telespettatori in un tour dei Chaplin Studios insieme con Mayer e l’amico e complice McG, regista di video musicali e pubblicità e del Charlie’s Angels cinematografico, l’altro eroe sorprendente di questa storia a lieto fine.
L’acquisizione è costata 44 milioni di dollari: «Un buon business? Non lo so – ha disarmato l’intervistatrice con un sorriso sincero Mayer —. Non tutto è business, ci sono anche le emozioni. Questo è un luogo dove è nata tanta arte, e il mondo con tutto il suo caos resta fuori da qui. È un asset? Sì, emozionale».
Dopo Chaplin – che tornò in America nel 1972, piegato dalla vecchiaia ma sempre a testa alta, a ritirare un Oscar alla carriera nella standing ovation più lunga nella storia del premio – arrivò la A&M e con lei Joni Mitchell (Blue che continua a ipnotizzarci tanti anni dopo è stato inciso qui), Carole King, Led Zeppelin e U2, Paul McCartney e Guns N’ Roses, qui i giganti del pop registrarono We Are The World. Il video di Every Breath You Take dei Police, copiatissimo quarant’anni dopo? È stato girato qui.
Poi i Muppet e tanti anni di risate, e infine il silenzio.
Adesso torna la vita di musica e cinema: sfidando l’intelligenza artificiale. «Siamo aperti», ha spiegato McG auspicando che cinema e tv pensino seriamente a lavorare nei Chaplin Studios, a cui i due soci hanno regalato una ristrutturazione filologica da 9 milioni di dollari.
Sono arrivati per primi gli AC/DC, vecchie glorie del rock che capiscono l’importanza del genius loci quando si lavora con la creatività. Paul McCartney, che quegli studi di registrazione li ricorda bene, ha mandato le sue congratulazioni definendo Mayer e McG «due grandi persone». Sua figlia Stella, stilista, ha usato gli studi come location di una sfilata. Altri arriveranno. «Qui la magia è nell’aria, si può annusare – ha concluso Mayer —. A volte bisogna mettersi in gioco per le cose che contano davvero».