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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

Biennale, ipotesi di «congelare» il Padiglione russo

L’extrema ratio: congelare il Padiglione russo della Biennale di Venezia, alla stregua di beni come yacht, ville esclusive, conti correnti già bloccati all’unanimità dall’Ue ai magnati russi, dopo l’invasione dell’Ucraina di 4 anni fa. È un’ipotesi complicata, «ma in teoria si potrebbe», dice un alto esponente di Fratelli d’Italia, molto amico del ministro della Cultura, Alessandro Giuli. Perché ormai con la Biennale è braccio di ferro continuo e lo dimostra quanto è successo ieri.
«Nessuna norma è stata violata e le sanzioni verso la Federazione Russa sono state rispettate integralmente come da nostro dovere». Stringatissima, la nota d’accompagnamento con cui la Biennale di Venezia, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, ha inviato ieri al ministero della Cultura «l’intera documentazione richiesta» relativa al Padiglione russo, che dovrebbe riaprire dopo oltre 4 anni di stop il prossimo 9 maggio per la sessantunesima Esposizione internazionale d’arte.
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, aveva chiesto alla Biennale venerdì scorso di avere queste carte «con urgenza». E da ieri i tecnici del Mic le stanno studiando per verificare se ci siano eventuali criticità utili per sollevare la richiesta di nuove sanzioni all’Ue ed evitare, così, che la Russia finisca in vetrina a Venezia malgrado le proteste già vibranti avanzate dall’Ucraina: «È inaccettabile», ha detto nei giorni scorsi a Giuli stesso, in un colloquio riservato, la ministra della Cultura e vicepremier di Kiev, Tetyana Berezhna.
È guerra aperta, ormai, tra il ministro Giuli e il presidente Buttafuoco e lo si vedrà plasticamente domani a Venezia, a mezzogiorno, quando ai Giardini della Biennale ci sarà la cerimonia per la fine del restauro del Padiglione centrale, finanziato dal Mic con i fondi complementari del Pnrr. Tutti aspettano Giuli: ci sarà?
«Pare che decida domani», cioè oggi, fanno sapere da Venezia, anche loro, quelli della Biennale, in trepida attesa per capire come finirà l’ormai nota questione del Padiglione russo. Il ministro della Cultura ieri non ha sciolto il dilemma. Più no che sì, comunque, oggi lo deciderà insieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari ma i suoi dicono che non dovrebbe annunciarlo questa mattina alle 11 alla conferenza stampa al Mic in cui proclamerà la Capitale della Cultura per il 2028. In lizza, in ordine alfabetico, ci sono: Anagni, Ancona, Catania, Colle Val d’Elsa, Forlì, Gravina in Puglia, Massa, Mirabella Eclano, Sarzana e Tarquinia.
Di certo, a pochi giorni dal referendum, si vuole anche evitare d’infiammare la polemica con l’alleato di governo, il leader della Lega Matteo Salvini, che anche ieri è tornato a sostenere con forza il rivale di Giuli, Buttafuoco, dopo aver ammesso di averci parlato al telefono: «La Biennale è un ente autonomo e, ripeto, la cultura, l’arte, la musica, il teatro e lo sport devono avvicinare, non devono escludere – ha detto il vicepremier —. Fa bene Pietrangelo Buttafuoco a difendere l’autonomia di un’istituzione che non regala palcoscenici, alla Biennale ci saranno anche artisti e intellettuali contro i governi in carica, quindi più di così. A me la censura non piace mai, il bavaglio non mi piace mai».
Da registrare, infine, le parole dell’ex sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi, ieri ospite di David Parenzo a L’aria che tira su La7. Il noto critico d’arte comprende «l’imbarazzo di Giuli» per la vicenda ucraina ma sta con Buttafuoco: «Perché non c’è dubbio – dice – L’arte, soprattutto l’arte di un paese come la Russia, non è libera. Ma la volontà per così dire di libertà capricciosa, di Buttafuoco, è legata a un concetto più complesso... alle ragioni profonde per cui l’arte si manifesta nella libertà».