Corriere della Sera, 18 marzo 2026
Strappo con gli Usa, poi Palazzo Chigi cerca la mediazione
Prima lo strappo, poi la mediazione. Il giorno dopo il «no» a Donald Trump all’invio di navi militari a Hormuz e, di sponda, all’iniziativa israeliana in Libano, Giorgia Meloni dice: «Va aumentata l’autonomia strategica ed energetica dell’Europa». Una presa di coscienza che passa dalla difesa e dalla dipendenza nei confronti dell’America.
Dietro le quinte, intanto, la premier prova a giocare anche la carta «della ricomposizione» con l’alleato. Fonti di governo rivelano al Corriere che tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca ci sono stati «contatti diretti». Si cerca di tenere aperto un canale con gli Usa, questo è chiaro.
La scelta dell’Italia di firmare con Canada, Gran Bretagna, Francia e Germania il documento del non possumus (in rottura appunto con America e Giappone) è stata una mossa rivendicata. Le cui conseguenze (o meglio: ripercussioni) sono tutte da capire. La prima riguarda il futuro della Nato, la seconda l’impegno americano sul fronte ucraino. Dunque occorre tentare di accorciare il «fossato» tra Stati Uniti e Ue per salvare il più possibile le relazioni transatlantiche che in questo momento appaiono ballerine. Un’idea che si farà largo al Consiglio europeo di domani, anche se ancora in nuce, l’ha lanciata il ministro della Difesa Guido Crosetto: una missione Onu per mettere in sicurezza lo stretto di Hormuz. «Passando in Consiglio di sicurezza avrebbe l’appoggio del mondo», ragiona il titolare della Difesa.
Una soluzione sul tavolo, nonostante le incognite di Cina e Russia. Ne hanno parlato ieri l’altro l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la sicurezza, Kaja Kallas, e il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che parteciperà al Consiglio europeo a Bruxelles. Obiettivo: una rotta marittima in Medio Oriente modellata sul «corridoio del grano» ucraino.
In questo contesto si muove il canale diplomatico italiano con Trump. Una tela che, passando dall’Europa, coinvolge anche India e Giappone. Per Palazzo Chigi è un’operazione da «tenere bassa» e da non annunciare per evitare, se dovesse andar male, la paternità dell’insuccesso. «Ma chi c’è meglio di Giorgia Meloni in Europa per parlare con Trump in questo momento?», è la domanda retorica che rimbalza nelle stanze del governo.
C’è però un dato di fondo importante: la guerra in Iran sembra aver consolidato le consapevolezze della premier. «Per anni abbiamo accettato di dipendere dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per le materie prime», ha spiegato Meloni a Pulp Podcast di Fedez e Mr Marra. Gli choc degli ultimi anni – dalla pandemia alle guerre – per la presidente del Consiglio hanno reso «evidente» la necessità di costruire una maggiore capacità di autonomia economica e strategica dell’Europa. Questo però non significa il muro contro muro con Trump. Anche se l’antologia dei «no» di Meloni al tycoon inizia a essere densa di fatti: dai dazi al blitz in Venezuela, passando sui dubbi riguardo l’operazione in Iran, fino alla polemica sul ruolo europeo in Afghanistan e la difesa della Groenlandia, per arrivare allo statement sottoscritto con 4 componenti del G7. La strada di Meloni è obbligata: serve un’Europa più incisiva e autonoma. A partire anche dall’energia. Così si spiega la spinta di Roma per la sospensione degli Ets (lo scambio delle quote di emissione) per contrastare il caro energia.