Corriere della Sera, 18 marzo 2026
Golfo, la caccia alle spie
Le scuole a Dubai sono chiuse. «Meglio così». Perché? «Non voglio che in classe guardino male i miei figli». Non succede, ma potrebbe: ci sono 150 mila iraniani che studiano, lavorano, vivono e sospirano negli Emirati arabi. Gente qui da anni. E non è un marzo facile: «Non avrei mai pensato di trovarmi in una situazione simile», dice Babak, 42 anni, mentre inforca lo stufato al melograno d’un farsi restaurant, uno dei pochi aperti. «Bombardato dall’Iran. Con la preoccupazione per mia madre e i miei fratelli in Iran. Coi vicini che m’osservano sospettosi. Col governo che sta pensando di congelare i nostri beni. Con la stampa che ogni giorno parla di spie iraniane arrestate. In tre settimane, son precipitato in un’altra vita».
Droni e spioni
Tra Dubai e Teheran, a febbraio, c’erano 15 voli al giorno. E quando Babak chiudeva l’agenzia immobiliare, poteva andare e venire senza problemi. «Ora volano solo i droni», e ogni volta è un tuffo al cuore: «Io lavoro in un grattacielo della Marina. Mi sento protetto, ma un po’ di tensione c’è: chi ti spara addosso, non sa che sei un persiano come lui». E poi l’angoscia dei tg, la sera: «Guardo tutte le immagini possibili. Telefonare in Iran, è impossibile. E da quand’è cominciata la guerra, non so più nulla dei miei familiari». La paura delle ritorsioni su chi sta là, è forte – «un regime alla disperazione è capace di qualunque cosa» —, ma la preoccupazione di guai a Dubai, pure: «È facile, perdere la testa».
Ogni guerra comincia con le bombe e prosegue con la caccia alle spie. Questa, non fa eccezione. In Bahrein, si va alla media d’un arresto al giorno, perlopiù pachistani o bangladesi, ma anche 5 bahreiniti – pure una donna di 36 anni, della quale è stato insolitamente diffuso il nome: Sarah Abdulnabi – presi con l’accusa d’aver inviato foto «sensibili» ai pasdaran. In Qatar, altri due sono finiti in carcere perché usavano software crittografati: avrebbero girato all’Iran informazioni su cittadini americani nel Golfo. In Kuwait, diversi fermi di persone che riprendevano movimenti di mezzi militari. Anche fra i 100 arrestati a Dubai – «sbadati» stranieri che postavano i video della contraerea emiratina —, ci sarebbero casi di sospetta intelligenza col nemico. A volte, specie in Bahrein, l’accusa di spionaggio è la scusa per colpire gli oppositori politici. Altre volte, per mettere sotto torchio gli sciiti. Altre ancora, per punire un semplice post che inneggi alla gloria dei martiri iraniani: «Dobbiamo vendicare – ha scritto uno – tutti coloro che han contribuito all’uccisione del Leader Supremo Ali Khamenei: devono subire la stessa sorte!». La legge è severa. I processi son già iniziati e sono per direttissima. Lo stato di guerra è un’aggravante che in alcuni Paesi, e nei casi più gravi, prevede anche la pena di morte.
Lotte speculari
«Cellule dormienti», li chiama la polizia emiratina. «Seminatori di morte», il termine usato dall’Iran. Spioni, in una parola. La lotta agli infiltrati è speculare e quella scatenata da Teheran è scandita dal bollettino degli arresti: oltre 500, da quand’è iniziato il conflitto. Gli ultimi 10 nella provincia di Khorasan, che s’aggiungono ai 55 di lunedì nella regione di Hormozgan. Le autorità iraniane li presentano tutti come «mercenari» al servizio del nemico, accusati di raccogliere informazioni e foto sui bersagli. I numeri diffusi dal regime sono alti, le retate non fanno distinzioni: colpiscono elementi monarchici, seguaci dei Mujaheddin del Popolo o nazionalisti accusati d’avere fomentato scontri nel Baluchistan, dove agiscono i separatisti.
Nel Kurdistan, s’è intervenuti per evitare mosse dei peshmerga, sospettati di collusione con Cia e Mossad. Centinaia i sistemi satellitari Starlink sequestrati, durante perquisizioni: chi li possiede, rischia punizioni severe. Gli americani, dopo che è esplosa la rivolta popolare, ne hanno inviati a migliaia per i sentieri clandestini: un modo per far circolare le notizie, nonostante il blocco d’Internet. Poliziotti e miliziani Basij operano spesso mascherati, organizzano posti di blocco volanti nel timore d’essere presi di mira dagli strike aerei: sono pronti a soffocare nuove proteste. I pasdaran hanno rilanciato moniti in concomitanza con una festività, ma anche coi raid che continuano a decimare la nomenklatura. I guardiani sono capaci, se si tratta di stringere la morsa sul popolo. Un po’ meno, se devono proteggere i loro leader.