Corriere della Sera, 18 marzo 2026
Usa, si dimette Il capo dell’antiterrorismo Joe Kent
Lei può invertire la direzione di questa guerra e tracciare un nuovo cammino per la nostra nazione. Oppure può permettere che scivoliamo ancora di più verso il declino e il caos. Ha le carte in mano». Con una lettera al presidente pubblicata sui social, un alto funzionario dell’amministrazione Usa si è dimesso per protesta per la guerra in Iran. È qualcosa che non si era visto finora nell’era Trump.
Joe Kent, funzionario dell’intelligence, guidava il Centro nazionale per l’antiterrorismo, ed era vicino a Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale. «Non posso con la coscienza a posto appoggiare questa guerra che continua in Iran – scrive Kent —. L’Iran non costituiva una minaccia immediata alla nostra nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa della pressione di Israele e della sua potente lobby americana».
La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt afferma che la lettera è piena «delle stesse dichiarazioni false che i democratici e alcuni nei media di sinistra hanno ripetuto più volte». Ma l’accusa di Kent – che Trump abbia lanciato la guerra sotto pressione di Israele nonostante l’Iran non ponesse «una minaccia imminente» agli Stati Uniti – non viene dalla sinistra e mostra il disagio nel campo Maga per questa guerra. Adesso molti si aspettano una intervista di Kent con Tucker Carlson, alleato di Trump che è diventato il critico più duro della guerra in Iran e di Israele. Kent è stato per 20 anni nelle forze speciali dell’esercito e nella Cia come agente paramilitare, prima di correre due volte senza successo per il Congresso come repubblicano trumpiano. Sua moglie Shannon è morta in un attentato kamikaze dell’Isis in Siria nel 2019, «una guerra confezionata da Israele», scrive Kent nella lettera al presidente. Quando Trump l’aveva nominato a capo del centro per l’antiterrorismo, il partito democratico si era opposto, citando i suoi legami con suprematisti bianchi, con teorie cospirative sull’assalto al Congresso del 6 gennaio e per un presunto tentativo di influenzare un rapporto di intelligence sul Venezuela.
La Casa Bianca cerca di contenere il caso, forte del fatto che mentre Kent e altri come Carlson si sono opposti a gran voce alla guerra, i sondaggi mostrano che i repubblicani e specialmente i repubblicani Maga sostengono in buona parte la posizione di Trump. Leavitt definisce «offensivo» e «ridicolo» che il presidente abbia «preso una decisione sulla base dell’influenza altrui, anche di Paesi stranieri». Taylor Budovich, consigliere del presidente, scrive che Kent è «un pazzo megalomane», che voleva fare notizia «prima di essere licenziato». Un funzionario della Casa Bianca ha detto ad Axios che era sospettato di passare informazioni ai media, era stato escluso dai briefing con il presidente e a Gabbard (entrata come lui nell’amministrazione su posizioni anti-interventiste) era stato chiesto di licenziarlo, ma lei avrebbe rifiutato. Gabbard ha dichiarato ieri in un post sui social che «in quanto comandante in capo» sta a Trump «determinare che cosa costituisca o no una minaccia imminente».
Il messaggio di Kent si conclude con un appello a Trump a cambiare linea. «Appoggio i valori della politica estera su cui lei ha fatto campagna elettorale nel 2016, 2020 e 2024, applicati nel primo mandato. Fino al giugno 2025 lei capiva che le guerre in Medio Oriente erano una trappola che aveva rubato all’America le vite dei nostri patrioti e privato la nostra nazione del benessere e della prosperità». Kent accusa funzionari israeliani e giornalisti americani di aver «messo in atto una campagna di disinformazione che ha minato la vostra piattaforma America First e seminato sentimenti pro-guerra», al fine di «ingannarvi», come «gli israeliani hanno fatto per trascinarci nella disastrosa guerra in Iraq».
Ieri il presidente ha definito Kent «una brava persona» ma «debole sulla sicurezza», dunque «è bene» che si sia dimesso. Trump aveva detto lunedì che un ex presidente gli aveva confessato di essersi pentito di non aver attaccato l’Iran. Gli staff di Clinton, George W. Bush, Obama e Biden hanno negato contatti con l’attuale presidente.