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 2026  marzo 18 Mercoledì calendario

Cosa resta dei vertici del regime iraniano

Morta una Guida Suprema se ne fa un’altra, il figlio. Morto un Larijani ce ne sono altri tre pronti a prendere il suo posto, i «baradar» (fratelli, in lingua farsi).
Uno è Sadegh Amoli Larijani che è stato il più giovane capo del sistema giudiziario, anello di congiunzione tra bazarì (i commercianti) e la struttura burocratico-religiosa-militare che tiene prigioniero l’Iran. Ha il turbante bianco del religioso che non vanta ascendenze familiari sino al Profeta Maometto, ma ha comunque buone possibilità di succedere a Mojtaba Khamenei se dovesse uscire di scena anche lui. Sadegh non si tirerebbe indietro. Il secondo dei fratelli è Mohamed Javad Larijani, consigliere dell’ex Guida Suprema e cerbero del fantomatico Comitato dei diritti umani del Paese. La sua fama è di chi preferisce non apparire, il consigliori avrebbe detto Marlon Brando nel Padrino. Il terzo è Bagher Larijani, la pecora nera, trascinato verso l’alto dalla bravura degli altri.
Sono tutti figli del grande ayatollah Amoli, tutti sposati con il fiore della teocrazia, di casa tra gli eroi della guerra contro l’Iraq. Sono abituati a studiare, ragionare, agire. Alì, il morto, era stato Pasdaran al fronte, ma tornato vivo si era messo sui banchi ed era diventato un esperto di Immanuel Kant. Non un appassionato, ma l’autore di non meno di sei volumi sulla relazione tra filosofia e matematica. Era brillante sia nello stroncare le proteste dei giovani connazionali sia nell’argomentare sul rapporto tra pensiero scientifico occidentale e la teologia della Guida religiosa alla base della Repubblica Islamica.
La famiglia Larijani ha molte caratteristiche della dinastia dei Kennedy in America. Straricchi, affascinanti, visionari e ambiziosi per dovere di nascita. A furia di decapitare con le bombe il regime, prima o poi l’Iran comincerà a scricchiolare, ma in un Paese di 90 e passa milioni di abitanti c’è una quantità di seconde linee che non si vede la fine. Questo modo sbrigativo di trattare con la Repubblica Islamica cade nel vecchio adagio fatto proprio da Giacomo Matteotti e Thomas Sankara: puoi uccidere un uomo, ma non le sue idee. Sono tanti quelli che credono ancora alla Rivoluzione e all’indipendenza dal capitalismo corrotto più che alla libertà.
A rendere il cambio di regime ancora più difficile a Teheran c’è che resistenza nazionale e sopravvivenza personale sono intrecciati uno con l’altro. I leader di oggi, a qualunque livello, dal sindaco al commissario di quartiere su su fino ai vari clan come quello dei Larijani, sanno che se la gente scenderà in piazza non ci sarà futuro per loro e i loro figli. Come gli ultimi gerarchi fascisti in Italia sono consapevoli di rischiare il linciaggio. È probabile che i vertici iraniani non credano più nel pauperismo khomeinista delle origini, nella trovata di sottoporre il potere politico ed economico ad una casta di pii ayatollah, ma non credono di avere alternative.
Un esempio perfetto è Ahmed Vahidi, il nuovo comandante delle Guardie della Rivoluzione dopo la uccisione del predecessore nei raid del primo giorno di guerra. Se scappa all’estero viene arrestato come mandante dell’attentato di Buenos Aires nel 1994 contro un’Associazione ebraica. Ottantacinque morti. Se resta in Iran senza potere gli chiederanno conto delle repressioni contro i suoi stessi cittadini. Eppure Ahmed Vahidi è perfetto nel ruolo. È già stato ministro della Difesa e dell’Interno, conosce i gangli dell’apparato. Ha lasciato la scrivania per rimettersi in divisa.
A sostituire Larijani al Comitato di Difesa potrebbe essere indicato Said Jalili, ex capo negoziatore sul dossier nucleare, più estremista di chi è stato ucciso. «Jalili chiuderebbe la già limitata possibilità di una soluzione diplomatica. La sua è una visione quasi apocalittica» sostiene Faramand Alipour, famoso giornalista politico fuggito in Italia nel 2011 e tra i principali influencer della diaspora a livello mondiale. «Figure in ascesa – dice Alipour – sono i due generali dei Pasdaran, Eskandar Momeni, attuale ministro dell’Interno e Ahmadreza Radan, tra i più odiati dagli oppositori. Sopra a tutti, soprattutto dopo la morte di Alì Larijani, resta Mojtaba Khamenei, il Figlio, quindici anni nella stanza dei bottoni». Non è ancora il tempo di leader improvvisati.