Corriere della Sera, 18 marzo 2026
Iran, eliminati Larijani e Soleimani
Dimenticate le petroliere ferme nello stretto di Hormuz, gli europei che non aiutano e l’inflazione che alza la testa, un altro capo dei capi della Repubblica islamica è stato eliminato. Le cronache di guerra oscillano come i grafici di Borsa e oggi sul fronte israelo-americano regna l’ottimismo.
Il governo di Gerusalemme ha dato licenza di uccidere alle forze armate. Non hanno più il dovere di attendere il via libera delle catene di comando militari e politiche. Appena i servizi segreti individuano una traccia che può portare alle figure di spicco di Iran e della milizia sua alleata di Hezbollah, possono procedere. Missili, bombe, ogni arma è consentita. Importante è decapitare il nemico.
Nel giorno 18 di guerra preventiva contro l’Iran e i suoi sodali, Israele si intesta la morte di Ali Larijani, presidente del Consiglio di Sicurezza nazionale iraniano, secondo molti l’uomo chiave del Paese dalla morte della Guida suprema Ali Khamenei. Larijani era sceso in piazza venerdì al corteo per la «liberazione di Gerusalemme». Mentre la tv statale Irib lo riprendeva, a poche centinaia di metri era esploso un missile. Aveva rilasciato interviste, diffuso comunicati. Era la voce del Paese tanto da zittire il presidente Pezeshkian e ridicolizzare il nemico Trump: «I nostri leader sono stati, e sono tuttora, tra la gente. I vostri dove sono? Sull’isola di Epstein!». Il messaggio era: non ho paura. Avrebbe dovuto.
È probabile che l’abbiano seguito da venerdì, ne abbiano controllato i movimenti e appena si è presentata l’occasione è partito lo strike. Secondo Israele, che si incarica degli omicidi mirati per non creare problemi legali agli alleati americani, è morto. Con lui anche un figlio e il braccio destro. Teheran ha confermato solo in tarda serata. Qualcuno nel pomeriggio aveva diffuso un foglietto di condoglianze firmato da Larijani per le vittime dell’affondamento di una nave iraniana. Foglio inedito, ma senza data e totalmente scollegato dalla notizia del giorno. Un segno che la decentralizzazione del potere permette ai vari livelli di operare senza ordini dall’alto, ma non sempre funziona come dovrebbe.
In un attacco differente è stato ucciso un altro papavero del regime, Gholamreza Soleimani, comandante delle forze paramilitari basij. In questo caso la morte è stata ammessa subito dalle Guardie della Rivoluzione, i pasdaran.
«Larijani e Soleimani hanno raggiunto all’inferno gli sconfitti dell’asse del male», ha affermato Israel Katz, ministro della Difesa israeliano. Per il premier Benjamin Netanyahu, la morte di Larijani è un tassello fondamentale per dare alla popolazione iraniana «l’opportunità di rimuovere il regime». Il presidente americano Donald Trump ha ipotizzato «due settimane» per finire il lavoro, ma intanto deve affrontare lo scandalo delle dimissioni del direttore del Centro nazionale antiterrorismo americano Joe Kent. «Non posso in coscienza sostenere la guerra in corso – ha scritto Kent —. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby».
Secondo un alto esponente del regime sentito da Reuters, il vertice della Repubblica Islamica, Mojtaba Khamenei, avrebbe tenuto la sua prima riunione sulla politica estera. «Nessuna trattativa, nessun cedimento. Il momento giusto per la pace arriverà quando Stati Uniti e Israele saranno in ginocchio. Accetteranno la sconfitta e di pagare i danni di guerra» avrebbe ordinato ai suoi. Khamenei junior non si è ancora mostrato in pubblico dall’elezione l’8 marzo.
Nella notte la rappresaglia iraniana con lancio di droni e missili contro Israele: due i morti e diversi feriti nel quartiere di Ramat Gan, alla periferia di Tel Aviv. Teheran riesce comunque ad infliggere danni e a tenere i Paesi del Golfo e Israele in ostaggio del pericolo. Sul fronte libanese, lo Stato ebraico nelle ultime ore ha aumentato numero e forza dei bombardamenti, ma non ha avviato la temuta invasione. Già oltre un milione gli sfollati.
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, ha invitato gli iraniani a saltare i falò in piazza, il primo rito del capodanno persiano. Il governo, invece, ha chiesto di considerare eventuali contestatori come agenti israeliani. È il primo banco di prova per la capacità dell’erede al trono di guidare le proteste.