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 2026  marzo 15 Domenica calendario

Intervista a Niccolò Ammaniti

La prima intervista sul nuovo libro. Niccolò Ammaniti a quasi sessant’anni ha sempre l’aria un po’ schiva ma scaldata da una vena di malinconia e da sorrisi più frequenti. Appuntamento a Roma, all’hotel Locarno, set di altri tempi, atmosfera liberty. La conversazione va subito al cuore del nuovo romanzo: una storia d’amore toccante e paurosa che mette in scena una creatura mostruosa di cui non riveleremo fattezze e natura perché è giusto che rimanga una scoperta. Il nuovo Ammaniti è sorprendente: apre la narrazione al soprannaturale e ci regala uno dei suoi romanzi più belli, un vortice cupo e tenero in cui il giovane protagonista, il tredicenne Nilo Vasciaveo, si ritrova a essere il guardiano di un segreto indicibile della sua famiglia. Un segreto che arriva in un piccolo borgo della Sicilia direttamente dall’antica Grecia e che dopo essere passato di generazione in generazione finisce chiuso nel bagno di un seminterrato, serrato con tre lucchetti. Un mito moderno che confonde vittime e carnefici e potrebbe essere partorito dalla fantasia di Stephen King o da un mitografo del nuovo millennio. Il custode (Einaudi Stile libero) è un romanzo sull’adolescenza e le sue visioni, una specie di trip letterario dal quale si riemerge diversi, con la voglia di leggerlo da capo. Ammaniti riesce a trasformare Triscina, un anonimo paesino di case gettate alla rinfusa in provincia di Trapani, in un Olimpo sconquassato e magnetico. Gli adolescenti sono protagonisti spesso dei suoi libri, in genere timidi e introversi come in “Io e te” o “Ti prendo e ti porto via”. Stavolta però sembra esserci un passo diverso, Nilo osa di più. «Nilo si apre all’amore, è un adolescente più precoce rispetto agli altri. Il suo è un vero innamoramento, diverso dal trasporto di Lorenzo per la sorellastra Olivia in Io e te. Credo che la vera frattura che si crea nella vita di un adolescente sia quando si innamora la prima volta». L’amore come passaggio all’età adulta? «Avviene quando provi quel sentimento scomposto che somiglia a un’influenza, una sorta di allucinazione che ha sintomi specifici. Senti mal di pancia, dolore alle braccia. L’amore a quell’età somiglia a un virus. E Nilo lo prova per Arianna, la persona meno giusta». Nilo ha tredici anni, Arianna una trentina, è attraente ma consumata, magrissima, ha una bellezza un po’ tossica. «È un amore sbagliato ma ha la forza di spingere Nilo a violare le regole della famiglia. Lei ha la bellezza di chi ha vissuto, di chi è stata un po’ ciancicata dalla vita. Volevo raccontare come ogni famiglia abbia le proprie regole indiscutibili e come l’amore possa rappresentare l’altra faccia, la libertà dalla prigionia familiare. Arianna va in giro, si lascia toccare il culo dai ragazzini, sembra fregarsene di tutto. Agli occhi di un adolescente quella libertà può essere inebriante». Spesso le famiglie nei suoi libri sono sistemi di coercizione. «Possono esserlo a tal punto da far finta che sia normale custodire un mostro in casa nella più totale segretezza. L’omertà familiare vuole che le cose brutte non si raccontino. Quando ho pensato all’idea di rinchiudere un mostro nel bagno confinandolo in uno spazio molto ristretto volevo esprimere proprio questo tipo di costrizione familiare facendola convivere con l’altra idea, quella liberatoria dell’amore. Dalla collisione delle due forze si crea la tragedia». In che modo l’amore adolescenziale apre un altro regno? «Spalanca il regno delle possibilità. È una frattura. Di colpo arrivano idee, pensieri, desideri di fuga. Pensi alla persona che ami e vorresti fare tutto per lei. Diventi preda di un incantamento quasi allucinogeno, forse in qualche modo legato al cambiamento ormonale, che ti spinge a voler scappare e che si scontra con l’impossibilità di poter lasciare la casa. Da questo squilibrio tra quello che desideri e quello che hai partono gran parte delle patologie di cui soffrono gli adolescenti. La loro è una frustrazione precoce: da una parte la sensazione di un’enorme possibilità cognitiva fantastica e nello stesso tempo un mondo che lentamente gli si richiude addosso». Lei va per i sessant’anni, li compirà a settembre. La distanza temporale dall’adolescenza la spinge a guardarla in un altro modo? «Per un po’ ho continuato a rincorrere quell’energia, poi a un certo punto ho iniziato ad averne nostalgia. Una nostalgia legata a quei momenti di solitudine e al pensiero delle possibilità non seguite, delle porte che si sono chiuse. Ripensi magari a una donna che hai lasciato andare e hai perso e immagini come sarebbe stata la tua vita se le scelte fossero state altre. Ma sinceramente ora anche quella nostalgia sta passando, mi rendo conto invecchiando che la mente fa più fatica, che la mia memoria si sta dissolvendo. Esco poco e tendenzialmente solo per andare ogni tanto a cena fuori». Introdurre un mostro nella storia serve a ritrovare l’energia giovanile perduta? «Ha a che fare con le mie passioni vere, con l’amore per la mitologia, per le creature mostruose e per il paradosso. I mostri sono esseri tristi e soli e in questo sono lo specchio di molti adolescenti, anche di Nilo. Ma hanno in più dei poteri che affascinano, sui quali un ragazzino può sognare. Penso al magnetismo delle Graie, creature mostruose nate con un solo occhio e un solo dente, che si litigavano per vedere e per mangiare. Forse la cosa che ho amato di più da giovane, oltre al libro delle fiabe italiane di Italo Calvino, è un manuale di mitologia greca edito da Hoepli che era di mia nonna. Un libretto piccolo che ho ancora, che è stato per me una fonte di immaginazione e narrazione. La mitologia greca è la base di tutta la mia narrazione». Che cos’è un mostro? «L’accesso a un’altra dimensione, a un altro mondo. Il più triste tra i mostri contemporanei è Joker». Parliamo del libro ma alla fine stiamo parlando molto di lei. Che ragazzo è stato? «Un solitario. Dopo il successo per un po’ ho iniziato ad andare a tutte le feste, ma come scrittore, per creare, ho sempre avuto bisogno del silenzio. Gli anni dell’università sono stati bui, cupi. Studiavo molto ma sentivo che non era quella la mia strada, che c’era qualcos’altro che non avevo realizzato. Il vero passaggio è stato quando ho pubblicato Branchie, a quel punto ho capito che potevo fare altro. Ho avuto la fortuna di incontrare una persona che lavorava per una piccola casa editrice che lo ha voluto leggere. Non lo avevo ancora finito ma gli è bastata la lettura della prima metà per dirmi che lo avrebbe pubblicato. Inizialmente uscì con le edizioni Ediesse, la casa editrice della Cgil, poi è stato ripubblicato da Einaudi. Da lì si è innescato tutto, è arrivata la raccolta Fango e poi l’inserimento nell’antologia Gioventù cannibale. Fino ad allora avevo vissuto in una sorta di sospensione e dipendenza da quello che volevano i miei genitori. Frequentavo biologia ma continuavo a stare a casa dai miei. Altro che custode, mi sentivo il portiere della casa. Il libro mi ha liberato». Ha lasciato l’università? «Ho mollato. Mio padre allora mi ha detto: se lasci, sappi che da questo momento la vita è tua. A casa mia nessuno aveva mai pensato che io potessi fare nulla se non laurearmi. Nella mia famiglia non si usa elogiarsi a vicenda. Ci consideriamo tutti sostanzialmente incapaci fino a prova contraria (sorride)». Suo padre è il noto neuropsichiatra e psicoanalista Massimo Ammaniti. Avete anche scritto un libro insieme “Nel nome del figlio”. «Quel libro ha rappresentato una riconciliazione dopo anni di difficoltà». Vi lega comunque l’interesse da fronti diversi per l’adolescenza. «L’adolescenza sicuramente l’hanno trattata meglio gli scrittori e i poeti che non gli psichiatri e gli psicologi». Ad esempio? «Il primo che mi viene in mente è Il giovane Holden, un romanzo che ha cambiato proprio la percezione del mondo adolescenziale. Oppure penso a tutti i libri di Stephen King». “Il custode” può rimandare a “It” di King, alla sua idea che i mostri possono vederli e combatterli solo i bambini. «It era un libro meraviglioso e raccontava la forza dell’amicizia nell’adolescenza. King immagina un gruppo di ragazzini che si uniscono nell’affrontare il male assoluto incarnato in un mostro che sta dentro le fogne. Qui invece il povero Nilo è tutto solo». Solo a custodire un terrificante lascito familiare. «Nilo è il custode della tradizione, porta sopra il peso dell’appartenenza a quella famiglia. Non è quello che accade a ciascuno di noi? Nasciamo dentro un mondo già costruito dai nostri genitori, siamo tutti custodi di un patrimonio che ci precede». Nel suo caso, qual è il legame con la sua storia familiare? «La mia storia è molto legata a quella dei miei nonni materni e alla memoria di una casa di fine Ottocento sul mare nella quale vado da quando sono bambino. Una casa piena di oggetti, ricordi, cassetti che contengono pezzi di vite: le sigarette che fumava il bisnonno, i suoi occhiali. Negli armadi vestiti alla rinfusa di tutte le epoche. Una specie di museo di memorie che si è chiamati a custodire di generazione in generazione, dove si accumula tutto e ogni volta che si perde qualcosa è un lutto». È un patrimonio che ha sentito come un peso? «È una storia bellissima in realtà, ma quando il museo ti viene affidato e ti dicono che ne sei tu il custode puoi sentire il desiderio di fuggire. Non perché stai male in casa ma forse nel mio caso per un eccesso di immaginazione. Sognavo di potere andare a vivere in una foresta». Anche nei suoi libri l’immaginazione si sviluppa quasi per reazione a una sorta di claustrofobia. Più si fanno stretti gli spazi più si libera il sogno di evadere. Ci sono cantine, catacombe, fogne, cunicoli, seminterrati. «Ci sono scrittori meravigliosi che più si muovono più incontrano gente, più cose vedono più diventano creativi. Penso a Hemingway o Kapuściński. Ce ne sono altri invece come me che allargano le finestre dell’immaginazione chiudendosi di più. Come se la scrittura fosse una compensazione alla restrizione delle possibilità. Io in quegli spazi chiusi metto le cose che amo e che mi rassicurano: la musica, i libri, gli acquari. Dentro la mia solitudine costruisco una specie di corazza che mi protegge». L’istinto narrativo che in lei sembra così naturale, quasi un dato biologico, nasce dentro quella solitudine? «Ho sempre letto molto e immaginato storie, poi alcune resistono, altre le dimentico. In genere ne inizio contemporaneamente cinque o sei, poi vedo quelle che vanno avanti e infine seguo quella che mi convince di più. Quando passa qualche settimana senza che abbia pensato storie nuove capisco che non è un buon periodo, che sono caduto in depressione». Dunque scrivere le viene facile? «Dipende molto dai libri. Per Il custode non ho faticato particolarmente, mi è uscito velocemente. È venuto fuori mentre stavo lavorando a un altro progetto, un libro sul quale sto da tantissimi anni. Le prime pagine le aveva lette Severino Cesari molto tempo fa». È il libro della vita? «Credo di sì, perché lo sto portando avanti da sempre ma ogni volta arrivo a un punto in cui mi fermo. Forse non lo finirò mai. Per l’ennesima volta ero arrivato ad arenarmi. Ero di nuovo esaurito, il mio malessere aumentava. Allora mi sono detto: se devi stare così mollalo, cominciane un altro. È stata una liberazione scrivere Il custode. Come prendere una motocicletta e uscire da un pantano. Un’ondata di entusiasmo». Un’iniezione di fantasia spericolata che le ha fatto mettere insieme mostri e umani, ordinario e soprannaturale. «I greci antichi raccontavano storie di mostri, lotte con gli dèi, liti, punizioni, ingiustizie, errori. Chi peccava di hybris veniva punito per aver osato sfidare con tracotanza le divinità. Invece noi crediamo in un unico dio con la barba bianca, giusto e buono». Lei non crede? «No, però mi sto avvicinando». Che vuol dire? «Con la vecchiaia inizio a pensare all’aldilà. Me lo voglio inventare, immaginare a modo mio. Quindi lentamente troverò il posto giusto dove andare. Ci saranno delle strane regole». Potrebbe diventare un libro. «Eh, certo (sorride). Poi c’è da dire una cosa. In questo momento mi sembra meglio pensare un aldilà che un aldiqua. Stiamo vivendo una fase tremenda, prima la pandemia ora il dramma totale. Non avrei mai immaginato che saremmo arrivati a questo livello di violenza del potere. Siamo di fronte a un potere infantile, sembra di assistere al gioco di un bullo. Eravamo abituati a una certa grammatica, ora invece ha vinto un linguaggio sempre più basso che per di più si traduce in azioni violente, mentre migliaia e migliaia di innocenti finiscono sotto le bombe. È inaccettabile». Le sembra che ci sia un’assuefazione al peggio? «Dopo il Covid improvvisamente deve essere successo qualcosa, si è aperto un inferno che ha spinto alla polarizzazione degli estremi. Sembra che il pensiero critico, la capacità di valutare le diverse posizioni, sia ormai inaccettabile. Schierarsi con il male è più facile. A trovarsi in difficoltà sono le persone che hanno dubbi, i moderati». Anche la vita degli adolescenti a causa dei social va cambiando natura. «Ho la sensazione che l’adolescenza oggi sia frazionata da migliaia di immagini e di informazioni e che i ragazzi abbiano perso la memoria del passato e della Seconda guerra mondiale. È un mondo che sembra dimenticare la lezione del Novecento. Spero non si vada verso una guerra mondiale ma è evidente che la polveriera lentamente si sta sempre più ingrossando». Perché ha scritto alla fine del romanzo, nella pagina dei ringraziamenti, che la storia raccontata è stata per lei un salvavita? «Quando ho cominciato a lavorarci ero dentro a un lutto, stavo passando un momento molto difficile. Scrivere questo libro mi ha aiutato ad affrontare una fase complicata. Mi sono reso conto che le tre ore durante le quali scrivevo mi rendevano felice. Ho capito allora che la scrittura può salvarti». Non lo aveva mai pensato prima? «A volte quando sto bene la scrittura è un peso, fatico molto. Ma scoprire che quando sto male può aiutarmi mi ha confermato che questa è la mia strada. Se la scrittura ti salva vuol dire che è il tuo mestiere, quello che devi continuare a fare».