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 2026  marzo 17 Martedì calendario

Cloudflare presenta ricorso contro l’Agcom

Cloudflare ha impugnato la sanzione inflitta dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni per il mancato rispetto degli obblighi di blocco dei siti pirata previsti dal sistema Piracy Shield. Nel ricorso, presentato l’8 marzo, l’azienda contesta non solo la multa da 14 milioni di euro ma anche la difficoltà incontrata “nell’ottenere l’accesso alla documentazione in possesso dell’Agcom”.
Facciamo un passo indietro: la controversia si inserisce nel dibattito tra la società statunitense guidata da Matthew Prince e l’autorità italiana sul funzionamento di Piracy Shield, il sistema introdotto per contrastare la diffusione illegale di contenuti protetti da copyright, in particolare nel settore sportivo. Secondo Cloudflare il meccanismo però presenta gravi criticità strutturali e rischia di compromettere il funzionamento stesso della rete. In un lungo intervento pubblicato sul proprio blog, l’azienda sostiene che lo strumento, presentato come un modello innovativo di tutela del diritto d’autore, si traduca di fatto in un sistema opaco che consente ai titolari dei diritti di ottenere il blocco di siti e indirizzi IP senza le tradizionali garanzie giuridiche.
Piracy Shield funziona attraverso un portale elettronico attraverso il quale alcune media company possono segnalare indirizzi da oscurare. I provider registrati alla piattaforma sono quindi tenuti a eseguire il blocco entro trenta minuti. Secondo Cloudflare, questo modello soffre di non pochi problemi: la decisione sui blocchi non è sottoposta a un controllo giudiziario preventivo, le motivazioni delle segnalazioni non sono pubbliche e i soggetti colpiti non dispongono di un meccanismo efficace per contestare rapidamente le decisioni. Anche il sistema di responsabilità appare limitato: nel caso di errori, non esistono strumenti chiari per ottenere un risarcimento.
Altra criticità è quella inerente all’architettura tecnica del sistema: Piracy Shield si basa infatti sul blocco di indirizzi IP, una scelta che può avere effetti collaterali rilevanti poiché molti servizi online condividono gli stessi indirizzi. Nei primi mesi di funzionamento, secondo Cloudflare, si sono già verificati diversi episodi di blocco accidentale di siti legittimi.
Il 23 dicembre 2025, il tribunale amministrativo ha ordinato all’Agcom di trasmettere alla società tutta la documentazione alla base dei provvedimenti di blocco emessi tramite Piracy Shield. Secondo l’azienda, tuttavia, tale documentazione non sarebbe stata ancora consegnata integralmente. Pochi giorni prima della scadenza fissata dal tribunale, l’Agcom avrebbe comunicato che solo una parte degli atti sarebbe stata consultabile presso i propri uffici di Napoli e sotto la supervisione dei funzionari dell’autorità.
Nel frattempo, il 29 dicembre 2025, l’Agcom ha comunque deciso di procedere con la sanzione da 14 milioni di euro per il mancato rispetto degli obblighi previsti dal sistema. La società contesta anche il metodo utilizzato per calcolare la multa. La normativa italiana prevede infatti che le sanzioni per inosservanza non possano superare il 2% del fatturato realizzato nel territorio della giurisdizione interessata. Applicando questo criterio ai ricavi generati in Italia – sostiene Cloudflare – l’importo massimo avrebbe dovuto essere di circa 140mila euro. L’Agcom avrebbe invece utilizzato come base di calcolo il fatturato globale della società, arrivando così a una cifra quasi cento volte superiore.
Da ricordare che l’Italia non è l’unica ad aver problemi con il colosso tech, in Spagna il fondatore e amministratore delegato dell’azienda, Matthew Prince è stato chiamato a comparire davanti a un giudice di Madrid, che ha accolto il ricorso LaLiga e Movistar Plus+. L’accusa è quella di non aver adottato alcuna misura concreta per contrastare la diffusione illegale delle partite di calcio online.
Secondo i denuncianti, oltre cento richieste formali di blocco o rimozione di contenuti sarebbero rimaste senza risposta. Il danno economico stimato supererebbe gli 850 milioni di euro. Le accuse includono violazione della proprietà intellettuale, minacce e ostruzione alla giustizia. Già nel dicembre 2024 un tribunale di Barcellona aveva autorizzato l’adozione di blocchi dinamici, strumenti che permettono di disattivare in tempo reale i domini utilizzati per la trasmissione illegale delle partite durante gli eventi sportivi. Più recentemente, un tribunale di Córdoba ha imposto ad alcuni fornitori di VPN di adeguarsi alle stesse misure di blocco.
Da notare anche che Cloudflare sembra aver iniziato ha iniziato a bloccare siti che usano le sue CDN per diffondere contenuti illegali, come scritto in un post su LinkedIn da Massimiliano Capitanio, commissario Agcom: “E così anche Cloudflare ha iniziato a bloccare i siti che utilizzano le loro CDN per diffondere migliaia di contenuti illegali”, si legge. Gli utenti che tentavano di accedere ai portali pirata infatti hanno visto comparire il messaggio “Error http 451, Unavailable For Legal Reasons”, che indica l’inaccessibilità per violazioni del copyright.
Il provvedimento deriva da un’ordinanza del Tribunale di Milano del 18 febbraio che ha imposto a Cloudflare di bloccare 31 siti di streaming illegale su richiesta di titolari di diritti come Medusa, Indiana e Canal+. Il giudice ha ordinato l’interruzione immediata di servizi come DNS, CDN e reverse proxy e ha previsto un blocco dinamico anche per eventuali nuovi domini gestiti dalla stessa società.
Secondo Capitanio, Cloudflare ha agito “tramite i servizi di sicurezza pass-through e CDN di Cloudflare in Italia” su ordine delle autorità competenti. Il commissario sostiene che i provider possiedono gli strumenti tecnici per contrastare alle mafie della pirateria e che non esiste “nessun rischio quindi di blocco indiscriminato o inconsapevole”. Ha inoltre ribadito che “in Italia non c’è nessuna legge illegale che censura internet”, anche se molti siti pirata tornano online poche ore dopo i blocchi