lastampa.it, 17 marzo 2026
Mancano oltre 5700 medici di famiglia
In Italia mancano oltre 5.700 medici di famiglia, tanto che cambiarne uno quando casomai si trasloca lontano da casa diventa un’impresa. Un numero che fotografa solo una parte della crisi che sta attraversando la medicina generale e che rischia di lasciare scoperti milioni di cittadini proprio mentre la popolazione invecchia e cresce il peso delle malattie croniche. I dati diffusi dalla Fondazione Gimbe parlano chiaro: tra il 2019 e il 2024 il numero dei medici di famiglia è diminuito di 5.197 unità e oggi ogni medico ha in media 1.383 assistiti, ben oltre la soglia considerata ottimale di 1.200 pazienti.
Il problema non riguarda più soltanto le aree interne o montane, dove da anni i bandi vanno deserti. Sempre più spesso la difficoltà di trovare un medico di famiglia riguarda anche le grandi città. Un segnale che la crisi non è più episodica, ma strutturale. Secondo le stime elaborate sui dati Sisac, le carenze coinvolgono 18 regioni italiane e colpiscono soprattutto le aree più popolose: Lombardia, Veneto, Campania, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana e Lazio.
Il quadro rischia di aggravarsi nei prossimi anni. Tra il 2025 e il 2028 oltre 8.000 medici di famiglia raggiungeranno l’età della pensione, fissata a 70 anni salvo deroghe. Il turn-over non sarà sufficiente a compensare le uscite: anche nell’ipotesi più ottimistica, il sistema potrebbe ritrovarsi con un deficit di oltre 2.700 professionisti.
Il risultato è un carico di lavoro crescente per chi resta. Il massimale teorico di 1.500 assistiti per medico, già innalzabile fino a 1.800 in alcune situazioni, non tiene conto della trasformazione demografica del Paese: gli over 65 sono quasi raddoppiati negli ultimi quarant’anni e più della metà convive con due o più patologie croniche. Una platea di pazienti che richiede più tempo, più coordinamento con gli specialisti e un ruolo sempre più centrale della medicina territoriale. Non a caso il nuovo accordo di lavoro della medicina generale rafforza il ruolo dei medici nelle Case di comunità, le strutture cardine dell’assistenza territoriale previste dal Pnrr. Il principio è semplice: una quota di ore settimanali dovrà essere dedicata proprio a queste strutture e sarà inversamente proporzionale al numero degli assistiti. In altre parole, chi ha meno pazienti dovrà garantire una presenza maggiore nelle Case di comunità, contribuendo a costruire un modello di medicina più integrato con il territorio.
Ma la crisi non riguarda solo l’organizzazione del lavoro. C’è un problema di attrattività della professione. Negli ultimi anni sempre più giovani medici scelgono altri percorsi: specializzazioni ospedaliere, libera professione o lavoro all’estero. Il tradizionale corso di formazione triennale regionale non sembra più sufficiente a rendere competitivo il percorso della medicina generale.
Per questo la riforma delle professioni sanitarie annunciata dal ministro della Salute Orazio Schillaci – attualmente in discussione in Parlamento – punta a cambiare anche il modello formativo. L’idea è spostare la formazione dei medici di famiglia all’interno dell’università, superando l’attuale sistema dei corsi regionali e avvicinandolo al modello delle scuole di specializzazione. L’obiettivo dichiarato è rendere la professione più attrattiva e rafforzarne il profilo accademico e clinico.
Il malessere della categoria è noto da tempo. Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione italiana dei medici di medicina generale, lo ripete da anni: «La carenza di medici di famiglia non è un’emergenza improvvisa ma il risultato di una programmazione sbagliata durata decenni. Se non rendiamo la professione più attrattiva per i giovani medici continueremo a rincorrere le emergenze». E per Scotti la strada è chiara: «Servono percorsi formativi universitari strutturati, un’organizzazione del lavoro che valorizzi il lavoro in team nelle Case di comunità e condizioni professionali che permettano ai medici di famiglia di lavorare con tecnologie, personale di supporto e prospettive di carriera paragonabili a quelle delle altre specialità».
La medicina generale, del resto, è il primo presidio del Servizio sanitario nazionale. Ogni cittadino ha diritto a un medico di famiglia che rappresenta la porta di accesso alle cure e ai servizi garantiti dai livelli essenziali di assistenza. Quando questo presidio si indebolisce, l’intero sistema rischia di andare in affanno: aumentano gli accessi impropri ai pronto soccorso, si allungano i tempi per le prescrizioni e diventa più difficile seguire i pazienti cronici. Il Covid ne è stato un esempio drammatico e lampante.
È qui che la crisi dei medici di famiglia si intreccia con la riforma dell’assistenza territoriale. Le Case di comunità dovrebbero rappresentare il nuovo punto di riferimento per i cittadini, integrando medici di famiglia, infermieri, specialisti e servizi sociali. Ma senza un numero adeguato di professionisti il rischio è di costruire strutture senza medici.
Il paradosso è evidente: proprio mentre il sistema sanitario punta a rafforzare la medicina territoriale, la figura chiave di questo modello – il medico di famiglia – diventa sempre più difficile da trovare. Per questo, come osservano molti osservatori del settore, la vera sfida non riguarda soltanto il numero di borse di formazione o l’età pensionabile. Si tratta di ripensare l’intero ruolo della medicina generale: dalla formazione universitaria alla presenza nelle strutture territoriali, fino all’integrazione con ospedali e servizi sociali.
Senza una riforma organica, la crisi rischia di allargarsi. E il primo segnale, per molti cittadini, continuerà a essere sempre lo stesso: la difficoltà – a volte l’impossibilità – di trovare un medico di famiglia sotto casa.