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 2026  marzo 17 Martedì calendario

Tv Usa sotto attacco: "Disfattiste"

Brendan Carr sabato sera era a Mar-a-Lago. Poco dopo un commento del presidente sulla copertura da parte dei media del conflitto in Iran, Carr ha rincarato la dose lanciando un messaggio diretto alle tv americane: «Ci sono bufale e distorsioni della realtà nelle vostre storie, avete l’opportunità di correggerle ora prima che si arrivi al rinnovo delle licenze». Brendan Carr è il presidente della Fcc (Commissione Federale per la Comunicazione) e colui che decide se le tv e le radio hanno i diritti (licenze) di trasmettere sul territorio nazionale. Ecco perché la sua affermazione aggiunge, in un’America già scossa dal pressing di Trump sui media, ulteriore tensione e preoccupazione nel mondo del giornalismo Usa. E della libertà di espressione.
Carr non è onnipotente e il potere della Fcc è limitato. Non ha giurisdizione alcuna sulle tv via cavo (come la Cnn ad esempio); sui canali streaming (Netflix o Hulu) e sulla carta stampata. Tuttavia, la FCC è quella che distribuisce le licenze alle stazioni locali, vigila sul rispetto delle regole e supervisiona gli scambi fra emittenti dei diritti di trasmissione. È un potere ramificato e che tocca direttamente le storiche Tv americane, come Nbc, Cbs, Pbs e Abc che hanno una copertura capillare degli Stati Uniti grazie a network di tv locali affiliate che rilanciano le trasmissioni dalla Florida all’Idaho.
Qualche mese fa Carr intervenne minacciando la revoca delle licenze per quelle tv che avrebbero trasmesso lo show di Jimmy Kimmel, comico in forza alla Abc. Ebbene la conseguenza fu che il network controllato da Nexstar (32 tv) decise di non trasmettere lo show, e stessa cosa ha fatto il gruppo Sinclair. La Fcc sta indagando su quella che in Italia è in pratica la par condicio per un’intervista della Abc a James Talarico, democratico del Texas. L’ossessione del cerchio magico di Trump per la copertura dei media da parte di grandi giornali e tv è evidente. Pete Hegseth, capo del Pentagono, nell’ultima conferenza stampa ha accusato i grandi network di «voler far apparire il presidente cattivo». Nel mirino delle critiche dell’Amministrazione sono finite la ricostruzione dei giornali sulle difficoltà e la mancanza di chiarezza degli obiettivi dell’Operation Epic Fury.
La Cbs è finita nella galassia di David Ellisson, figlio di Larry, co-fondatore di Oracle e amico di Trump. La sua società Paramount Skydance prenderà anche il controllo di Warner Bros Discovery, che controlla pure Hbo e soprattutto la Cnn, dove già si ipotizza una sferzata da posizioni anti-Trump a un giornalismo più accondiscendente al presidente.
Il braccio di ferro fra Trump e i media è una cifra della sua presidenza. Lo scorso anno l’Amministrazione ha chiuso Voice of America sospendendo i giornalisti e cancellando contratti di collaborazione poiché riteneva VoA non allineata con il credo dell’America First.
Trump ha avuto diversi contrasti anche con diversi reporter della Casa Bianca che quotidianamente lo seguono. Kaitlan Collins della Cnn è «stata rimproverata» per non sorridere mai e lavorare per una «pessima tv»; Mary Bruce è stata liquidata come «una persona orribile e un terribile giornalista» per due domande su Mohammed Bin Salman e gli Epstein Files. Una giornalista di Bloomberg sull’Air Force One è stata insultata così: «Zitta, maialina, (quiet piggy)». Eppure, nonostante le tensioni, Trump quest’anno ha risposto positivamente all’invito della White House Correspondent Association e il 25 aprile sarà al galà dei corrispondenti. Non era mai intervenuto né lo scorso anno né nel primo mandato.